Immergersi nell’alta valle dell’Albegna richiede una doverosa riflessione in premessa. Tanti, troppi piccoli borghi sono sempre più a rischio estinzione. Ne sono consapevoli un po’ tutti e ad ogni livello istituzionale ma forse il pericolo è sottovalutato. Così per cercare di arrestare il progressivo spopolamento, qualcuno cerca di incentivare l’accoglienza e sviluppa idee e strategie tese ad arginare il fenomeno. L’abbandono delle montagne e delle campagne, infatti, porta ad un eccesso di popolazione nelle città e nelle periferie, ad un aumento del consumo delle risorse del pianeta e all’abbandono di sistemi sociali ed economici diversi da quello capitalistico post industriale.

L’ALTA VALLE DELL’ALBEGNA 

Tuscany winery, Tuscany countryside, Tuscany sun… il sogno del mare e della casa in Toscana. Quelle precedenti, sono visioni, desideri, immagini e rappresentazioni che hanno fatto il giro del mondo e che con il tempo sono diventate un vero e proprio brand che bene conoscono gli operatori turistici di ogni genere e specie.

Lo sanno bene in Chianti o in Val d’Orcia, dove i menù sono scritti quasi solo in inglese e dove il pecorino, che tra l’altro è più sardo che toscano, si chiama cheese da ormai qualche decennio e lo sanno soprattutto vicino al mare e lungo la costa tanto piena di bandiere blu quanto di borghi marinari diventati residence estivi e deserti invernali.

Nella Toscana da Siena in giù, il marchio di successo, già da qualche anno si chiama “Maremma“. E questo territorio, che nella regione di Dante corrisponde più o meno alla provincia grossetana, è veramente una terra diversa dal classico country side, quello comodo e bello, ordinato e pulito che dalle macchine, dai pullman turistici o, bene cha vada, dalle biciclette elettriche, osservano tanti vacanzieri da dietro lo schermo di uno smartphone.

Ma non lo è tanto per il fascino, certamente unico, dei famosi butteri, subito accomunati agli altrettanto scomparsi cow boy. Questa terra che fino alla prima metà del Novecento non si è liberata dalla piaga della malaria e la cui sparuta popolazione si arroccava nei castelli e sulle colline, tra il mare e la montagna, è una Toscana diversa soprattutto per la sua ostinata tendenza a non farsi abitare.

DA ROCCALBEGNA AL MONTE LABRO

Come se la natura non ne volesse sapere di farsi addomesticare, anche oggi quella grossetana è una delle provincie meno abitate d’Italia, e quello di Roccalbegna, paese da cui parte il nostro breve viaggio virtuale, è il comune meno abitato della provincia. Ed allora è propria in questi luoghi che un modello diverso, di vita e, soprattutto, di viaggio – che per fretta e superficialità è chiamato spesso turismo – potrebbe anche essere possibile.

Alta Valle dell’Albegna

Cominciamo, ad esempio, dalla presenza dall’elemento chiave per la vita, umana e non solo: l’acqua. Partiamo infatti dal monte Buceto a circa 1100 metri sul livello del mare, a Sud ovest del vulcano spento del monte Amiata, tra Stribugliano e Arcidosso e poco sopra le pendici del monte Labbro, per seguire nel suo viaggio il fiume Albegna che su questo monte ha la sua sorgente.

Solo per raggiungere questo ipotetico punto di partenza, dunque, conviene rallentare e guardarsi intorno. Stribugliano nel comune di Arcidosso, è situato sul versante occidentale del monte Amiata e grazie alla sua posizione è possibile godere da esso di una delle viste più struggenti di tutta la Toscana: dai monti e fino al mare con l’isola di Montecristo, il Giglio e l’Elba ad evocare in lontananza storie di conti e di pirati.

Fra maggio e giugno, il paese assume una colorazione tutta gialla per la fioritura delle ginestre. Stribugliano è famosa, soprattutto, per la sua ricotta, prodotto tipico del paese e dei suoi dintorni e, probabilmente, unico motivo per cui alcuni dei cittadini del capoluogo grossetano sanno della sua esistenza: per quel formaggio fresco che arriva nelle gastronomie dei supermercati più attenti.

DAVIDE LAZZARETTI, IL CRISTO DELL’AMIATA

La sagra della ricotta di Stribugliano, per chi volesse conoscerla anche fuori da un supermercato, si svolge ogni anno nel primo fine settimana di agosto. Poco più di 10 km dividono il paese amiatino dalla vetta del monte Labbro e della sua torre giurisdavidica che invita a raccontare la storia di Davide Lazzaretti o, come lo ricordano ad Arcidosso, suo paese natale, il Cristo dell’Amiata. Impossibile dilungarsi sulla sua storia in questi brevi consigli di viaggio lento ma sarebbe stato anche imperdonabile non mettere al viandante curioso la pulce nell’orecchio.

L’eremo di David Lazzaretti è sulla cima di un monte glabro dove i massi calcarei e la vegetazione quasi alpestre di grande suggestione paesaggistica, insieme al panorama sull’intera maremma, fanno intuire i motivi per cui il profeta scelse quella cima per radunare il suo popolo affamato.

Dopo un solo giorno di cammino si potrebbe poi arrivare a Roccalbegna che, come suggerisce il nome, si staglia con il suo monolite calcareo proprio accanto al corso del fiume Albegna, il fiume bianco.

Nel paese la cooperativa di comunità Davide Lazzaretti è riuscita a ristrutturare e adibire alcune case abbandonate per l’accoglienza dei viandanti; non solo nel paese sede comunale ma anche nelle frazioni di Cana e Vallerona, entrambe con le sue storie medievali e ancora prima etrusche da raccontare.

Dall’alto del ‘sasso’ che domina il paese, per il resto strutturato intorno a due vie principali che fanno da cardo e da decumano di romana memoria, proprio dietro all’altro masso calcareo che segna il confine di Roccabegna, il cassero senese, si osserva la vegetazione chiudersi intorno al fiume Albegna che continua il suo corso verso la pianura maremmana definendo speroni rocciosi e insinuandosi in basso tra le colline.

 

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ROCCHETTE DI FAZIO

Partendo da Roccalbegna, in una decina di chilometri di perfetta solitudine e immersione nella natura, camminando nel cuore della riserva WWF del bosco Rocconi, si arriva a Rocchette di Fazio. Si raggiunge il paese, che in inverno conta forse qualche decina di abitanti (47, secondo le ultime stime) salendo per un sentiero che sfiorando il torrente Rigo, affluente dell’Albegna, mostra la bellezza della flora ripariale con frassini, carpini, aceri, sorbi, ciliegi.

Rocchette di Fazio

Il sentiero di arrivo a Rocchette di Fazio attraverso il bosco Rocconi

Forse un po’ stanchi ma senza dubbio rinfrancati da un’immersione totale nel verde, si arriva così nel paese di Rocchette di Fazio. Qua, il viandante curioso e preparato, potrà immaginarsi storie di templari, oridine legato a questo luogo che esisteva già, con ogni probabilità, da prima dell’anno mille ma prese il nome di Rocchette di Fazio solo dopo il 1291, quando il “Signore delle Rocchette” era Bonifazio Cacciaconti detto Fazio.

Dopo essere stata una dei principali fortilizi della famiglia Aldobrandeschi, venne distrutta e saccheggiata dall’esercito di Carlo V rimandendo in stato di abbandono per diversi secoli. E Rocchette, oggetto negli ultimi anni di strenui tentativi di recupero, resiste da allora ai margini di un mondo troppo veloce, arroccata a nido d’aquila su uno sperone sopra al fiume e raggiungibile in pochi chilometri di strada non troppo comoda da Semproniano o, molto meglio, suggeriamo noi, a piedi attraverso i sentieri.

Ma anche qua c’è chi in questo angolo di mondo azzarda la sua visione. La giovane chef Agata Felluga, dopo una carriera strapitosa in importanti ristoranti parigini ed essere stata capo chef al ristorante Jour de Fete di Strasburgo, decide di tornare nel paese del nonno e a Rocchette apre un paio d’anni fa la trattoria Cacciaconti.

Innamorata della natura, del cammino e del cibo, è pronta a deliziare il viandante anche per un pic-nic frugale ma ricercato. Ci sono insomma in Maremma, certi angoli nascosti, su nelle sue colline, dove giovani e meno giovani provano a inventarsi un mondo migliore. Sono i resistenti che non se ne sono mai andati o i ‘ritornanti’ che portano nuova linfa e nuove idee o, ancora, i forestieri che, per forza o per amore, decidono di restare.

Ringraziamo la guida ambientale di ViandArte Irene Pellegrini per l’articolo e le foto.

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I. Pellegrini, B. Gizzi, “Il gusto di camminare. Itinerari enogastronomici lungo il Sentiero Italia Cai”

 

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