Antigone sfidò le leggi del re di Tebe Creonte, pur di seppellire suo fratello Polinice. Rosa Parks quelle dell’Alabama, non alzandosi per far sedere un bianco. Questa è la storia di una donna che, con un atto apparentemente normale, assolutamente giusto, violò una legge dello stato in cui viveva, dimostrando, una volta di più, come non sempre legalità e giustizia siano sinonimi, come una legge se profondamente ingiusta debba essere violata.

ROSA PARKS, BIOGRAFIA DI UNA DONNA CHE CAMBIÒ LA STORIA

Uno dei primi teorici della disobbedienza civile fu il filosofo francese Étienne de La Boétie. Nel 1550 scrisse  Il Discorso sulla servitù volontaria.

Tre secoli dopo, l’americano Henry David Thoreau scrisse un altro fondamentale trattato sull’argomento, dall’icastico titolo di Disobbedienza civile.

Non sappiamo se Rosa Parks conoscesse l’opera del suo connazionale; tanto più quella del filosofo francese, di certo, però, era consapevole dei suoi diritti e stanca delle angherie di leggi ingiuste e discriminatorie.

Montgomery, Alabama, Stati Uniti, 1° dicembre 1955. Rosa Parks è una donna di 42 anni, lavora come sarta in un grande magazzino cittadino e ha da poco finito di lavorare.

Rosa Parks

Rosa Parks

Il freddo la punge con le sue stille gelate e Rosa agogna solo di tornare quanto prima a casa. Mentre aspetta diligentemente alla fermata l’arrivo del bus 2857, non pensa che quel giorno il suo nome entrerà per sempre nella storia delle battaglie per i diritti civili.

Dopo qualche minuto ecco profilarsi la sagoma gialloverde dell’autobus. Rosa sale ma si accorge che i posti riservati a quelli come lei, ai neri in fondo al bus, sono tutti occupati. Rosa sulle prime pensa di rimanere in piedi ma è stanca, non solo fisicamente.

Scorge nei posti comuni, quelli subito dietro quelli riservati ai bianchi, un posto libero. Si siede sperando che nessuno le chiederà a breve di alzarsi. La regola impone che i posti comuni siano prioritariamente destinanti ai bianchi.

ROSA PARKS: IL CORAGGIO DI QUEL “NO” SULL’AUTOBUS

Alla fermata successiva ecco salire un bianco. Questi invita Rosa a lasciargli il posto, è la regola e Rosa lo sa. Nell’America di quegli anni, non sono pochi i luoghi pubblici dove vigono ancora leggi segregazioniste.

Rosa, però, quel giorno di alzarsi non ha alcuna voglia. Il passeggero bianco è indispettito da quell’atto illegale, per questo chiede l’intervento dell’autista dell’autobus.

Ma Rosa rimane seduta. È una passeggera come tutti gli altri presenti su quel bus, ha pagato un regolare biglietto, per cui rimane al suo posto. Allo sbigottito autista non resta che chiamare la forza pubblica.

Rosa dal bus 2857 scende in manette, accusata di condotta impropria per non aver rispettato l’obbligo per i neri di cedere il proprio posto ai bianchi.

Quell’atto di disobbedienza, quell’insubordinazione costa cara alla signora Parks. Per lei si aprono le porte del carcere, da dove esce, tuttavia, poche ore dopo ma solo perché il suo avvocato, il bianco Clifford Durr, che da anni difende i diritti dei neri, paga la cauzione.

La notizia come una freccia dall’arco scocca, vola veloce di bocca in bocca, specie nella comunità afroamericana. Il giovane pastore Martin Luther King, ancora sconosciuto ai media nazionali, la sera stessa di quel fatale 1° dicembre 1955, decide che la misura è colma.

Mesi prima c’era stato un caso identico.

Il 2 marzo, Claudette Colvin non aveva ceduto il suo posto a un passeggero bianco e per questo era stata arrestata. La comunità afroamericana, con King in testa, aveva deciso, per quieto vivere, di non reagire, anche perché, come ricorda lo scrittore Jonathan Safra Foer, «quella di Claudette era una storia non abbastanza buona per passare alla Storia», visto che si trattava di una ragazzina di quindici anni, proveniente da una famiglia povera e, oltretutto, incinta di un uomo sposato e molto più vecchio di lei.

Ma ora con Rosa era giunto il tempo di alzare la testa, di ribellarsi all’ennesimo sopruso.

In una infuocata riunione, alla quale partecipano oltre quaranta leader della comunità afroamericana, viene presa la decisione di boicottare i mezzi pubblici di Montgomery.

A partire dal 5 dicembre e per i successivi 381 giorni, i passeggeri neri disertano i bus cittadini che, di conseguenza, girano per lo più semi vuoti. Si tratta di una forma non violenta di protesta, che incide, però, sulle casse comunali.

Quello stesso 5 dicembre Rosa Parks viene condannata a una multa di dieci dollari e al pagamento delle spese processuali. L’ennesima ingiustizia.

La vicenda Rosa Parks, cosi come quella del boicottaggio assume rilevanza nazionale, proprio quello che King desiderava.

Il 19 giugno 1956, la Corte Distrettuale degli Stati Uniti (caso Browder v. Gayle) stabilisce che prevedere posti per i bianchi e per i neri è un provvedimento incostituzionale, che viola nello specifico il XIV emendamento della Costituzione Americana.

Il 13 novembre di quello stesso anno, quella storica decisione viene ribadita dalla Corte Suprema degli Stati Uniti.

Nei giorni successivi la legge discriminatoria è abolita dall’ordinamento comunale di Montgomery.

Rosa Parks insignita della medaglia d'oro dall'amministrazione Clinton nel 1999

Rosa Parks insignita della medaglia d’oro dall’amministrazione Clinton nel 1999

Martin Luther King, Rosa Parks, Claudette Colvin e tutti i neri d’America, vincono la prima di una serie di successive battaglie.

Anni dopo King così commenterà il coraggioso gesto della sua concittadina:

«Rimase seduta a quel posto in nome dei soprusi accumulati giorno dopo giorno e della sconfinata aspirazione delle generazioni future».

Nel 1999, Rosa riceverà dalle mani dell’allora presidente Clinton la medaglia d’oro, perché scegliendo di non alzarsi, difese «i diritti di tutti e la dignità dell’America».

Rosa Parks morì a Detroit il 24 ottobre 2005. Sulla bara venne esposta la foto che la ritraeva il giorno del suo arresto. A chi sosteneva che non si fosse alzata solo per stanchezza, era solita rispondere:

«Non lo feci perché fossi particolarmente stanca. Non ero vecchia anche se alcune persone pensano che lo fossi. Avevo 42 anni. No, la sola cosa di cui ero stanca era di cedere».

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