Il Sacco di Roma avvenuto nel 1527 fu molto di più di un’azione efferata all’interno di un contesto bellico. Fu un colpo durissimo per i contemporanei, un terribile risveglio che modificò la percezione che la popolazione italiana aveva della città di Roma e della figura simbolica del pontefice, attenuando quel senso di superiorità che si era sviluppato nel nostro paese nei confronti dei popoli nordici, considerati i diretti eredi dei barbari che avevano distrutto la civiltà romana.

IL SACCO DI ROMA: LA FURIA DEI LANZICHENECCHI

D’altronde la Roma cristiana si era presentata al mondo come la naturale erede della città antica fondata da Romolo, quel centro urbano che si era espanso e che, negli ultimi giorni della sua vita, aveva sbattuto contro la furia delle popolazioni nordiche.

Si pensava che la Roma papalina, la culla del cristianesimo, avesse dalla sua la protezione dell’apostolo Pietro e di quello stesso Dio di cui il papa era il rappresentante in terra. Invece ci si sbagliava perché neanche la presenza del pontefice in quella triste e drammatica primavera aveva potuto fare nulla contro l’esercito imperiale tanto che la città si era ritrovata, allora come in passato, distrutta dalla devastazione dell’ennesimo sacco.

Anche in quel terribile anno del 1527 Roma si era dovuta inginocchiare e non era stata semplicemente ridimensionata nelle sue velleità di essere il centro di potere principale dell’Italia ma era stata sventrata, umiliata, distrutta. Non solo materialmente ma anche simbolicamente.

L’epilogo del Sacco di Roma, la spoliazione delle opere d’arte, le decine di migliaia di morti e le violenze perpetrate in ogni luogo fecero riemergere nella mente dei contemporanei quelle paure che si pensava potessero appartenere soltanto ai secoli passati.

Il mito della Roma rinascimentale, quello del potere temporale e spirituale del papa e l’idea della grandezza politica ed artistica della città si dissolsero in quel mese di maggio del 1527, quando gli accadimenti fecero riaffiorare i sepolti incubi del passato: il sacco di Roma del 410 ad opera dei Visigoti e quello condotto nel 455 dai Vandali.

Carlo V e il Sacco di Roma

L’imperatore Carlo V

Bisogna ricordare che i fautori di quel cataclisma, i Lanzichenecchi che combattevano al soldo dell’imperatore Carlo V, erano di fede luterana ed erano vissuti in un contesto di odio feroce nei confronti della curia romana e del papa, visto e vissuto come l’Anticristo.

Quando si presentò l’occasione di vendicarsi lo fecero scaricando sulla città tutto il loro livore e la loro aggressività, ritenendo di compiere un’azione di giustizia volta a punire i misfatti della Chiesa. Gli stessi simboli della cristianità o gli edifici sacri, risparmiati in passato dai Goti, dai Vandali e dai Turchi, stavolta vennero bersagliati e presi di mira.

La profanazione e l’idea di annientamento del nemico era ciò che muoveva la furia dei Lanzichenecchi. Grida, gemiti, urla, pianti furono il terribile rumore di sottofondo di quei mesi di saccheggio. Oltre alle case e agli edifici di culto vennero distrutte le opere d’arte e le biblioteche. La collezione di quadri e di iscrizioni antiche del cardinale Cesi, della famiglia Cesarini e dei palazzi dei prelati vennero annientati.

I Lanzichenecchi, i soldati spagnoli e quelli italiani alleati dell’imperatore bivaccarono nelle Stanze Vaticane, lasciando dei graffiti sugli affreschi. Lo stesso fecero nella Villa Farnesina, dove lasciarono sui muri della sala delle Prospettive una scritta sarcastica in lingua tedesca: “1528 perché io scrittore non dovrei ridere: i Lanzichenecchi hanno fatto correre il Papa“.

Ma vediamo di capire gli antefatti e collocare l’evento del sacco di Roma del 1527 nel contesto internazionale. La lotta efferata tra il re di Francia Francesco I e l’imperatore Carlo V interessò uno snodo nevralgico del nostro paese, il Ducato di Milano, e coinvolse di riflesso anche la città di Roma, colpevole di avere cercato un’alleanza per liberarsi dall’ingombro del vicino nemico asburgico.

QUANTO DURÒ IL SACCO DI ROMA?

Quello che avvenne nel 1527 fu una delle azioni più efferate e feroci che la città papalina dovette affrontare, un’onta terribile per l’orgoglio di quanti vi abitavano e che lasciò una lunga scia di sangue e di distruzione. Il contesto europeo in cui si colloca questo evento, come si diceva in precedenza, vide una contrapposizione netta tra il sovrano francese e quello spagnolo, che nel 1519 era stato eletto imperatore del Sacro Romano Impero con il nome di Carlo V.

Lanzichenecchi Sacco di Roma

Il Sacco di Roma del 1527

Con questa elezione, avvenuta corrompendo con denaro sonante i sette elettori scelti per designare il nuovo imperatore, Carlo V allargò i suoi possedimenti e capì bene che il Ducato di Milano poteva essere la cerniera ideale tra i territori spagnoli e quelli tedeschi su cui governava.

Il re francese Francesco I era deciso a resistere ma il 24 febbraio 1525 a Pavia il sovrano transalpino non solo fu sonoramente sconfitto dall’esercito imperiale ma cadde anche prigioniero. Ovviamente questo avvenimento mise in allarme gli altri stati italiani anche perché l’imperatore deteneva già le due isole maggiori ed il Regno di Napoli.

L’unica cosa che sembrava possibile per contrastare questo strapotere fu quello di creare un anno dopo, nel maggio 1526, un’alleanza denominata Lega di Cognac, di cui entrò a far parte la Francia, Firenze, Venezia e, ovviamente, papa Clemente VII che avvertiva la morsa dell’impero asburgico sui suoi possedimenti. La decisione del pontefice ebbe conseguenze gravissime.

Nel 1527 il generale Georg von Frundsberg partì dal Tirolo alla volta dell’Italia con al seguito 10.000-12.000 Lanzichenecchi, soldati mercenari, decisi nel dare una severa lezione al papa. L’esercito, infatti, era formato da tedeschi di fede luterana che detestavano la chiesa romana ed il suo sommo rappresentante e che erano più che pronti a distruggere il potere papale.

Le truppe imperiali si unirono a quelle spagnole che si trovavano a Milano e scesero velocemente superando Bologna e Firenze per dirigersi verso Roma, dove si trovava la guardia papale composta da 2.000 Svizzeri.

All’alba del 6 maggio 1527 l’esercito imperiale, mossosi dal Gianicolo, attaccò il bastione di Santo Spirito e Porta Torrione (l’attuale Porta Cavalleggeri) ma l’esercito papalino ed una parte della popolazione riuscirono in un primo momento a difendere la città. Resistettero tenacemente ma, alla fine di un efferato assalto, dovettero capitolare.

I Lanzichenecchi entrarono nel quartiere di Borgo e poi nella basilica di San Pietro, ancora in costruzione, dove uccisero coloro che vi erano entrati per cercare riparo. Lo stesso papa Clemente VII riuscì a malapena a scampare a questo odio cieco, fuggendo lungo il Passetto, il passaggio sopraelevato e fortificato che collegava i palazzi vaticani alla fortezza di Castel Sant’Angelo.

Dalla strada sottostante l’esercito imperiale cercò di colpire il pontefice ed il corteo di uomini che lo accompagnava (prelati, musici e servitori) ma non ci riuscirono e quei colpi di archibugio sferrati sono ancora oggi visibili sulle mura del corridoio.

A seguito della fuga, all’interno di Castel Sant’Angelo si trovarono così asserragliate più di 3.000 persone ed altre, rimaste all’esterno, chiedevano a gran voce di essere accolte per poter avere salva la vita. Intorno, infatti, avveniva la devastazione. Non fu risparmiato nessuno ed i Lanzichenecchi, che avevano chiesto al proprio comandante la paga che spettava loro, si abbandonarono alle peggiori azioni.

La fase del saccheggio durò 8 giorni e l’occupazione della città ben 9 mesi. Dopo avere passato a ferro e fuoco il Borgo, i soldati imperiali attraversarono Ponte Sisto e dilagarono verso Piazza Navona e Campo de’ Fiori. Il saccheggio iniziò a notte fonda e lo stesso Benvenuto Cellini, che si trovava nella fortezza di Castel Sant’Angelo, ricordò la drammaticità di quegli eventi.

Le stesse famiglie romane dei Colonna e dei Farnese, che parteggiavano per gli imperiali, rimasero sconvolte dalla furia dei Lanzichenecchi e si rintanarono nei loro palazzi per salvare i propri beni.

Ferrante Gonzaga, uno dei comandanti dell’esercito imperiale, fu costretto a pagare i suoi alleati per risparmiare palazzo Colonna, la dimora dove si trovava in quel momento sua madre Isabella d’Este.

BILANCIO DI UNA TRAGEDIA

Il bilancio fu drammatico: migliaia di uomini furono uccisi, donne e suore violentate, le fogne vennero scoperchiate per cercare eventuali tesori nascosti. Il fetore e le centinaia di cadaveri abbandonati senza sepoltura resero la città invivibile, scatenando una pestilenza, a cui contribuì anche la distruzione delle fontane che smisero di portare acqua in città. I malati ricoverati nell’ospedale di Santo Spirito vennero uccisi ed i bambini orfani ospitati nel complesso furono gettati nel Tevere.

Le Stanze Vaticane furono distrutte, gli arredi in legno furono usati dall’esercito asburgico per scaldarsi, vennero rubati gioielli e tutto ciò che aveva valore. Gli arazzi della Cappella Sistina, realizzati dai cartoni disegnati da Raffaello, vennero rubati e rivenduti nei mercati improvvisati, le vetrate infrante per ricavare il piombo per gli archibugi. Il sudario della Veronica, una delle reliquie su cui era impresso il volto di Gesù, scomparve per sempre.

In tutta questa devastazione papa Clemente VII, prigioniero a Castel Sant’Angelo dal mese di giugno, riuscì a fuggire nel dicembre 1527 e a raggiungere prima Orvieto e poi Viterbo. Quando nel febbraio del 1528 l’esercito imperiale abbandonò Roma, la popolazione dell’Urbe si era notevolmente ridotta, passando da 53.000 ad appena 30.000 abitanti.

Il pontefice trovò un accordo con l’imperatore a cui dovette cedere Parma, Piacenza, Modena, Civitavecchia e Ostia nonché pagare una pesante indennità di guerra, pari a 400.000 ducati.

La disfatta di Roma rimarcò la debolezza della politica italiana e papale nei confronti delle due potenze che si erano affacciate prepotentemente alla ribalta, Francia e Spagna, dando inizio a quel predominio iberico di molti territori italiani.

Quando Clemente VII tornò a Roma commissionò a Michelangelo il Giudizio Universale, l’affresco che doveva servire da monito a tutti coloro che avevano fatto scempio della città di Roma e del potere papale e che fu lo spartiacque tra l’età rinascimentale ed il periodo oscurantista della Controriforma che avrebbe preso il via nel 1545 con il Concilio di Trento.


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