Anagni, la piccola cittadina del Lazio ai confini orientali della Ciociaria, deve la sua fama anche a un evento a dir poco “aggressivo”, un sonoro schiaffo, culmine di un dissidio che si protraeva ormai da anni e che vide come sfidanti due personaggi che ricoprivano la massima autorità in ambito temporale e spirituale, il re di Francia e il Sommo pontefice.
Questo è il racconto del Palazzo di Bonifacio VIII e del suo “leggendario” proprietario.

LE SALE DEL PALAZZO DEI PAPI AD ANAGNI

Tanto è stato scritto sullo schiaffo di Anagni, su Bonifacio VIII e su Filippo IV, ma questa volta a narrare quelle storie non sono degli esseri umani ma un luogo, anzi il luogo, quel Palazzo di Bonifacio VIII, splendida quinta di quell’oltraggioso, storico gesto.

Attraverso le sue stanze, le sue opere e suoi “ospiti” quel monumentale edificio, testimone obiettivo e riservato, ci racconterà di quel giorno, quel fatidico 7 settembre 1303 ma anche degli eventi che portarono a quel clamoroso gesto.

Mi presento: sono il Palazzo di Bonifacio VIII e vi esorto a incamminarvi per le stradine del centro storico di Anagni, ammirandone gli edifici, le sue belle piazze, la superba cripta collocata sotto la cattedrale fino a giungere nel luogo in cui da secoli mi ergo. È vero, lo riconosco, non mi svelo nell’immediato nella mia assoluta magnificenza, ma non temete, le mie stanze vi aspettano e, specialmente, vi stupiranno.

La Sala delle Oche nel Palazzo dei Papi ad Anagni

La Sala delle Oche nel Palazzo dei Papi ad Anagni

Dopo aver salito una suggestiva scala elicoidale in pietra, superate la loggetta ed ecco palesarsi una prima ampia sala rettangolare, denominata la “Sala delle Oche”, dalle figure rappresentate su una delle pareti.

Al centro della stanza c’è un tavolo che raffigura una scacchiera e gli sfidanti non sono due giocatori qualsiasi ma di altissimo livello: il papa e il re di Francia. La posta in gioco è alta, riguarda la supremazia in Europa, emblematicamente rappresentata alla base dei pedoni. Quali le armi a loro disposizione, quali obiettivi volevano raggiungere?

La scacchiera nel Palazzo dei Papi ad Anagni

La scacchiera nella Sala delle Oche

Facciamo, intanto, la conoscenza dei nostri due protagonisti. Il primo è un papa, ma non un papa qualsiasi. Lui si chiama Bonifacio VIII, personaggio dispotico, autoritario, bramoso di potere, ancorato a una visione teocratica, in base alla quale, il sommo pontefice rappresenta la massima autorità, alla quale tutti indistintamente devono piegarsi.

Un’idea politica obiettivamente antiquata, basata sulla convinzione teologica che tale legittimità derivi direttamente da Dio e che mal si concilia con la nuova realtà che si sta delineando in Europa.

Dalla disgregazione del sistema feudale, infatti, si stanno gettando le fondamenta della nascita dello Stato moderno, con il rafforzamento delle monarchie in Spagna, Inghilterra e, soprattutto, in Francia, al cui vertice c’è il monarca, insofferente verso qualsiasi sovranità esterna, specie se si proclama superiore tutto e tutti.

FILIPPO IL BELLO E L’INZIO DELLO SCONTRO CON LA CHIESA DI ROMA

L’altro nostro protagonista di questa avvincente partita a scacchi è, come già anticipato, un re, Filippo IV di Francia che viene incoronato il 6 gennaio 1286, nella cattedrale di Reims.
Conosciuto anche come il “Bello” Filippo succede al padre, Filippo III, morto il 5 ottobre 1285, approfittando, anche, della prematura scomparsa di suo fratello, l’erede al trono.

Scala interna del Palazzo dei Papi ad Anagni

Scala elicoidale in pietra del Palazzo dei Papi ad Anagni

Sotto la guida del nuovo sovrano il Paese subisce una profonda trasformazione, raggiungendo una completa emancipazione dalla Chiesa, un’autentica rivoluzione che rovescia completamente i precedenti rapporti.

Ma l’affermazione della sovranità ha un prezzo, quello, anche, delle diverse guerre combattute, un costo ingente che dilapida le casse dello Stato, nelle quali, oltretutto, non confluiscono i soldi del clero francese, in virtù della bolla Clericis laicos del 1296, con la quale si proibisce di tassare gli ecclesiastici.

Pur non condividendo quel provvedimento papale, Filippo IV ufficialmente non si oppone, ma con l’approvazione di una serie di editti, vieta, di fatto, l’esportazione di denaro e preziosi a chiunque, ostacolando, in tal modo, l’invio degli introiti del clero francese alla Santa Sede.

La guerra finanziaria tra Francia e Papato era, di fatto, cominciata.

La reazione francese mette in allarme Roma e il suo padrone, quel Bonifacio VIII che siede sul soglio di Pietro dalla vigilia di Natale del 1294. Per il papa le esigenze finanziarie prevalgono su tutto, pertanto Bonifacio è costretto ad arretrare, riconoscendo all’odiato sovrano francese il diritto di tassare il clero francese nel caso di necessità.

TRA LE SALE DI PALAZZO ALLA SCOPERTA DI CELESTINO V

Lasciamo i nostri due “nemici” in un momento di tregua e proseguiamo nella visita del palazzo più celebre di Anagni.
Eccoci, ora, nella “Sala del Giubileo”, dove in una teca posta sulla destra di questo ambiente ampio e luminoso, in origine l’antico loggione, potete ammirare la riproduzione del capo di papa Celestino V, “colui che fece il gran rifiuto” dolcemente adagiata su un cuscino, quasi a godersi una meritata pace.

Celestino V e la Sala del Giubileo nel Palazzo di Anagni

La Sala del Giubileo e la riproduzione del capo di Celestino V

Chi è questo pontefice che prima di essere eletto papa era un semplice monaco, che dedicò la sua vita alle preghiere, alle austerità, il cui richiamo per la solitudine è talmente forte da portalo a trascorrere gran parte della sua esistenza in anguste grotte dell’Appennino centrale?

Tutto comincia in una primavera, quella del 1294. Da ben due anni il conclave, riunitosi alla morte di papa Ignazio IV, non riesce a superare l’impasse in cui si era trovato, per le divisioni insorte tra gli elettori ma anche a causa dell’ingerenza del sovrano del Regno di Napoli, Carlo II d’Angiò.

Pietro da Morrone, il nostro Celestino V, in una lettera, esprime tutta la sua contrarietà a tale situazione, arrivando a minacciarli che, nel caso in cui non giungano a una scelta entro quattro mesi, Dio riserverebbe loro atroci punizioni.

L’anatema del monaco eremita convoglia improvvisamente tutta l’attenzione su di lui e quel monaco eremita sembra rappresentare la svolta, per superare quell’incredibile stallo, dovuto agli interessi contrapposti delle più potenti famiglie che influenzano il conclave ma anche per sopire le mire di controllo da parte della casata d’Angiò. Dalla lettera alla cerimonia di proclamazione il tempo è brevissimo e il 29 agosto 1294, nella sua amata chiesa di Santa Maria di Collemaggio all’Aquila, Pietro da Morrone riceva la tiara, assumendo il nome di Celestino.

In pochissimo tempo il nuovo papa si rende conto di come quell’incarico sia molto al di sopra delle sue reali capacità. La sua anima, sebbene temprata da anni di vita austera tra gli eremi della Majella, non è adatta a quel mondo ove si richiedono doti diplomatiche, un’elevata capacità di gestione amministrativa e, soprattutto, affinate conoscenze politiche. I rimorsi lo attagliano e volendo salvare la sua anima chiede aiuto proprio a colui che decreterà, infine, la sua condanna. Quell’uomo si chiama Benedetto Caetani. Questi, cardinale e grande esperto di diritto canonico, suggerisce a Celestino V, in modo quanto mai subdolo, che per un giustificato motivo un pontefice avrebbe può anche rinunciare al papato.

Benedetto Caetani non si limita a fornire un semplice parere ma arriva anche a scrivere, di suo pugno, l’atto di rinuncia che diviene effettivo il 13 dicembre 1294. Quel giorno Celestino V abbandona il ministero petrino, tornando a essere solo Pietro da Morrone, sperando, così, di ritrovare la pace perduta.

Esattamente undici giorni dopo il conclave elegge il nuovo papa che, ovviamente, non poteva che essere Benedetto Caitani, passato alla storia con il nome di Bonifacio VIII.

Raggiunto il vertice, il nuovo pontefice vuole assolutamente conservarlo, per questo intraprende una politica spietata. A tal proposito, prima fa arrestare Pietro da Morrone, rinchiudendolo nel Castello di Fumone; poi sposta la sede papale da Napoli, città scelta dal suo predecessore per maggiore sicurezza, a Roma, un atto, quest’ultimo, fondamentale per riconquistare piena autonomia dalla casata dei D’Angiò.

Nel frattempo è cominciato il conto alla rovescia per il povero monaco eremita che non resiste molto alla prigionia, morendo qualche mese dopo.

LO SCHIAFFO DI ANAGNI: CRONACA DI UN EPISODIO LEGGENDARIO

Siamo quasi giunti al termine della nostra visita, continuando il percorso in senso orario giungiamo all’ultima ambiente la “Sala delle Scacchiere”, il cui nome deriva da un affresco che campeggia su una delle pareti. In questo ambiente potrete ammirare una delle statue raffiguranti Bonifacio, che, al contrario del suo predecessore, coltiva un vero e proprio culto per la propria immagine. Ed è proprio all’interno di questa sala che l’ambizioso papa subisce il leggendario affronto.

La tregua nel dissidio con Filippo il Bello è ormai giunta all’epilogo, tanto da lasciare più di una “vittima” sul campo di battaglia. Tra queste vi sono due cardinali, rei di appartenere alla famiglia dei Colonna, implacabile nemica dei Caetani. I due porporati guidano una fazione, interna alla Curia, che sostiene l’illegittimità dell’elezione di Bonifacio.

Ma quella ardita posizione costa cara ai Colonna che vengono prima scomunicati, poi depredati di tutte le loro ricchezze e, infine, costretti, nel 1299, a fuggire in Francia alla corte di Filippo IV, che offre loro l’agognata protezione.

Il terreno ormai è pronto per lo scontro finale; da una parte Filippo che nel frattempo ha ripreso l’aspra campagna fiscale verso il clero francese; dall’altra Bonifacio VIII che emana una serie di bolle, tra cui la Una Sanctum, con la quale certifica il consolidamento del pensiero teocratico.

Messe da parte ogni forma di strategia o di tregua, i duellanti sfoderano le armi migliori, pronti a infliggere all’avversario il colpo letale. Per Bonifacio è la scomunica di Filippo il Bello; per quest’ultimo, invece, la volontà di porlo sotto accusa ai fini della sua deposizione.

Un processo senza l’imputato, però, non può svolgersi. Il papa deve essere tradotto in Francia e per questo il re si affida al suo Consigliere di Stato Guglielmo di Nogaret e a un membro di quella famiglia tanto osteggiata dal Caetani, Gaetano Sciarra Colonna. I due, grazie ad un iniziale appoggio della borghesia di Anagni, valicano indisturbati le mura cittadine, per poi accedere nel Palazzo dove Bonifacio VIII vive.

Siamo quasi giunti alla conclusione del mio racconto, percepisco la vostra bramosia di sapere se lo schiaffo di Anagni è stato effettivamente dato. Non vi svelo, però, tale segreto: di sicuro il destino fu beffardo per Bonifacio, proprio per colui che proclamava la plenitudo potestatis e la teocrazia.

Nelle sale del suo palazzo quella partita a scacchi, iniziata anni prima, non si chiuse con il fatidico “scacco al re” visto che fu proprio il papa, l’assolutista, teocratico Bonifacio VIII a subire il famigerato “scacco matto”.

Le foto sono di Francesca Lanza.

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