Sono passati 38 anni dalla scomparsa di Emanuela Orlandi in quel 22 giugno 1983. 38 anni da quella sera in cui il destino di una famiglia normale, gli Orlandi, si intreccia per sempre al destino di tutti, alla storia di una nazione intera. Anzi, di due nazioni, perché gli Orlandi sono cittadini vaticani. Il padre Ercole è Messo all’anticamera papale alla corte di Papa Wojtyla e vive con moglie e cinque figli, quattro femmine e un maschio, all’interno del Vaticano.

LA SCOMPARSA DI EMANUELA ORLANDI

I bambini si sentono protetti, giocano nei giardini del Papa come chiunque di noi ha giocato da piccolo nel cortile di casa, i coniugi Orlandi si siedono sulle panchine del parco con un certo Cardinal Marcinkus a chiacchierare di qualunque cosa, a volte incrociano un signore anziano vestito di bianco che li saluta bonariamente.

È una vita serena quella della famiglia Orlandi, fuori dai ritmi frenetici e dai pericoli di una città tenuta in quegli anni sotto scacco da una banda chiamata “della Magliana” ma che ha il suo centro operativo a Testaccio, dove svolge i suoi affari il suo capo più carismatico: Enrico “Renatino” De Pedis.

Emanuela Orlandi, ultimi sviluppi

Vaticano. Piazza San Pietro

La quarta figlia degli Orlandi si chiama Emanuela. Ha compiuto 15 anni a gennaio, è stata appena promossa al terzo anno del liceo scientifico ma la sua vera passione è la musica. È una fan scatenata di Claudio Baglioni, studia pianoforte e flauto traverso presso l’Accademia di musica che ha sede nel complesso della Basilica di Sant’Apollinare, a meno di cinquanta metri da Piazza delle Cinque Lune, dov’era ubicata all’epoca una delle sedi dei Servizi Segreti citata anche nell’omonimo film sul caso Moro di Renzo Martinelli.

All’interno del Palazzo di Sant’Apollinare, in fondo al corridoio dove ci sono le aule in cui Emanuela Orlandi studia, ci sono gli uffici dell’Onorevole Oscar Luigi Scalfaro che da lì a due mesi sarà nominato Ministro degli Interni e, nel 1992, Presidente della Repubblica.

Accanto all’ufficio di Scalfaro ha il suo studio Suor Dolores, la direttrice della scuola di musica. Spesso, accolti dalla direttrice, nell’ufficio di Scalfaro entrano personaggi più o meno noti del clero come il Cardinal Poletti e Monsignor Silvestrini, insomma pezzi grossi della nomenclatura vaticana che tra l’altro hanno studiato proprio in quel palazzo. E a volte passa da quei corridoi anche un giovane uomo molto elegante, che una foto ritrae mentre versa champagne al Cardinal Poletti, sotto l’occhio attento di Monsignor Vergari, parroco della Basilica di Sant’Apollinare, di cui il complesso in cui studia musica Emanuela fa parte.

Si dice che Suor Dolores conosca bene quell’uomo. Si vocifera tra ex alunni che lo abbia perfino presentato loro come un benefattore. Quell’uomo è Renatino De Pedis, il capo indiscusso della Banda della Magliana, il Dandy della serie “Romanzo Criminale”, per capirci.

22 GIUGNO 1983: EMANUELA ORLANDI SPARISCE

Ma torniamo a quel pomeriggio, a quel pomeriggio in cui la leggenda si mischia alla verità, in cui tutto si confonde, in cui Piazza di Sant’Apollinare diventa un palcoscenico su cui si svolge una drammatica messa in scena.

La lezione di flauto di Emanuela quel giorno inizia alle 16. Intorno alle 15 la ragazza chiede al fratello maggiore, Pietro, di essere accompagnata in Accademia con il motorino. Non è lontanissima la scuola ma l’estate è iniziata il giorno prima, fa caldo a Roma e le tre di pomeriggio sono veramente un orario improbo per uscire di casa e prendere l’autobus. Pietro ha da fare, ha un appuntamento, non può accompagnarla. Bisticciano, come si bisticcia tra fratelli in tutte le case. Emanuela con la mano si butta su un lato i lunghi capelli neri, manda a quel paese il fratello ed esce sbattendo la porta.

La quarta figlia degli Orlandi entra in classe alle 16.10, trafelata, con dieci minuti di ritardo. Lo dice una sua compagna agli inquirenti e a Corrado Augias in una puntata di “Telefono giallo”.

Suor Dolores dice anche che Emanuela Orlandi chiede al suo professore di canto corale di uscire dieci minuti prima della fine, alle 18.50 anziché alle 19. In genere, dice ancora Suor Dolores, le alunne chiedono a lei questi permessi ma quel giorno la ragazza chiede a qualcun altro. Il professore, sentito pochi anni dopo, se la ricorda bene quella lezione e dice con fermezza che non parlò assolutamente con Emanuela di permessi di uscite anticipate e che tutta la classe uscì dall’aula alla fine della lezione, senza eccezioni. E questo è uno dei tanti “perché” irrisolti di questa storia. Perché Suor Dolores mente sugli orari?

Emanuela esce dalla porta principale dell’Accademia, ma non va subito a prendere l’autobus per tornare a casa. Si ferma presso una cabina e telefona a casa. Le risponde la sorella Federica, la terzogenita nata dopo Natalina e Pietro. Emanuela dice di essere stata fermata da un giovane distinto, evidentemente è questa la ragione del suo ritardo alla lezione, che le ha offerto di distribuire volantini dell’Avon la domenica successiva durante una sfilata di moda delle sorelle Fontana per un compenso di 375 mila lire.

A Federica questa offerta pare strana, troppi soldi per poche ore di lavoro. Emanuela però è convinta, dice alla sorella che quell’uomo ha detto che potrà essere accompagnata da mamma e papà, quindi c’è da stare tranquilli. Comunque i genitori non sono in casa e Federica chiede a Emanuela di tornare a casa e di parlarne con loro.

Poi scende in strada, in comitiva, come si diceva negli anni ’80, a Borgo Pio. Incontra suo fratello Pietro a cui parla della strana telefonata di Emanuela. Pietro ci ride su, dice che a Emanuela capitano tutte le fortune e che appena fosse tornata a casa le avrebbe chiesto se all’Avon serviva altra “mano d’opera”.

Dopo la telefonata Emanuela si avvia verso fermata dell’autobus, poi torna indietro, come per un ripensamento e incontra la sua compagna di corso Raffaella Monzi. Ne parla anche con lei, Raffaella è più grande, magari le può dare il consiglio giusto. Ma Raffaella va di fretta, le risponde che boh, forse quell’offerta è strana. “Ma lo aspetto per dargli una risposta?” le chiede Emanuela. “Fa’ un po’ come credi” le risponde Raffaella. E va via, lasciando la ragazza sola con i suoi dubbi.

Raffaella Monzi dopo qualche mese da questi accadimenti inizierà a soffrire di esaurimento nervoso. Nel 1989 lascerà i suoi studi presso il Conservatorio di Santa Cecilia e, con tutta la famiglia, si trasferirà lontana da Roma per non tornare mai più.

Notizie recenti ci dicono che Raffaella non si è più ripresa completamente, è stata molto in cura per malesseri psicologici ed è stata più volte seguita e minacciata. Da chi? Cos’ha visto Raffaella quel pomeriggio mentre camminava con Emanuela Orlandi?

Caso Emanuela Orlandi

Vaticano

Ma torniamo al pomeriggio del 22 giugno 1983.

Emanuela si aggrega ai suoi compagni, si dirigono tutti verso la fermata dell’autobus. Me l’immagino indecisa, combattuta. “Torno a casa o cerco quel signore?” avrà pensato cento volte. Due chiacchiere veloci ed ecco l’autobus. Dev’essere stata la decisione di un momento, istintiva, una di quelle decisioni che fino a quel momento credevi non avresti mai preso nella vita.

Poi figuriamoci, proprio Emanuela, così diffidente con tutti, allegra, aperta ma sempre attenta a rifuggire da ogni situazione ambigua, come la descrive oggi suo fratello Pietro. Una volta aveva perfino rifiutato di essere accompagnata a casa in macchina da un amico di famiglia.

Ma quel giorno rimane sul marciapiede, non sale su quell’autobus da cui i compagni la salutano dal finestrino. In quell’attimo decide di accettare quel lavoro. Non sa che in quell’attimo ha deciso il suo futuro, quello della sua famiglia e un pezzo della storia d’Italia.

Da questo momento nessuno vedrà più Emanuela Orlandi. Semplicemente scompare nel nulla. Una ragazza di 15 anni, in salopette di jeans, maglietta bianca e scarpette da ginnastica si volatilizza in una delle zone più caotiche di Roma. Una Roma che è appena uscita dalla primavera mite per buttarsi nella calda estate del 1983.

Il fenomeno dei brigatisti e delle manifestazioni politiche è finito, la città è tornata a vivere, piena di turisti, di bar e di ristoranti con i tavolini all’aperto. Ma quel pomeriggio, alla luce del sole, nessuno vede niente, nessuno si accorge di questa ragazzina che cammina avanti e indietro alla ricerca di qualcosa o di qualcuno.

CASO ORLANDI: LE DOMANDE ANCORA APERTE…

Perché Emanuela non sale sull’autobus? La risposta è obbligata: perché torna indietro per andare all’appuntamento con il giovane funzionario dell’Avon. Torna dove l’aveva incontrato, dove forse avevano già un appuntamento concordato: in Piazza di Sant’Apollinare.

E in Piazza di Sant’Apollinare dev’essere stata costruita la scena più normale del mondo se non è stata notata da nessuno. Non può essere stata trascinata di forza in una macchina, non ha chiesto aiuto, non dev’essere stata accompagnata da persone di malaffare. In quella piazza, quel pomeriggio, si svolge una scena assolutamente normale che non desta alcuna attenzione o preoccupazione negli avventori e nel personale di bar e ristoranti.

Sono stato pochi giorni fa in quella piazza. Sembra di essere al centro del mondo eppure istintivamente, guardandoti intorno, conti solo tre “sfoghi”. Il primo è proprio lì: l’entrata dell’Accademia di musica.

Potrebbe essere rientrata a scuola Emanuela? Potrebbe essersi “persa” in uno dei mille uffici del palazzo? Sì, potrebbe. Ma perché rientrare a scuola? E soprattutto, con chi? Da sola? Con l’uomo dell’Avon? Se così fosse qualcuno in quei corridoi ha sempre saputo e ha sempre coperto.

LA BASILICA DI SANT’APOLLINARE: I MISTERI IRRISOLTI

La seconda enorme via di fuga da quella piazza, il secondo anfratto in cui la ragazza sarebbe potuta facilmente sparire senza essere notata, è rappresentata dall’ingresso della Basilica di Sant’Apollinare.

Chi avrebbe notato un uomo e una ragazza salire i pochi scalini antistanti il portone ed entrare in chiesa? Pietro Orlandi ha raccolto diverse testimonianze di ex allievi dell’Accademia di musica. Molti affermano che Suor Dolores non voleva che le ragazze si avventurassero da sole nella Basilica. È vero, spesso le allieve di canto corale si esibivano durante le funzioni religiose ma mai venivano mandate da sole.

Suor Dolores pensava che qualcosa in quella chiesa mettesse a rischio l’incolumità delle ragazze? Il parroco era, come abbiamo detto, Don Vergari, indagato vent’anni dopo per concorso in rapimento, molto amico del Cardinal Poletti e molto amico di “Renatino”. Nel 1988 Vergari celebrerà il matrimonio dei coniugi De Pedis e nel 1990 accoglierà le spoglie mortali del capo della Banda della Magliana in una tomba all’interno della basilica.

Qualche giornalista, parlando della sepoltura di De Pedis in Sant’Apollinare, definisce “normale” che un criminale di quella fatta fosse sepolto in una chiesa. Beh, non è evidentemente una cosa normale che un monsignore e un cardinale (Poletti) accordino a un narcotrafficante riconosciuto, a un omicida e a un taglieggiatore un posto tra le mura della casa di Dio. E non è assolutamente normale che un prelato timorato di Dio accetti così tante donazioni di quel denaro sporco di sangue e di cocaina da definire, in seguito, De Pedis  un “benefattore”. Questo era l’ambiente che Emanuela ha alle sue spalle, a venti metri dal suo naso mentre, quel 22 giugno, aspetta l’uomo della Avon in Piazza di Sant’Apollinare.

La terza via per la quale avrebbero potuto far uscire Emanuela da quella piazza è rappresentata dalle attività commerciali presenti in quella zona.

Niente di più normale che l’uomo dell’Avon inviti Emanuela a sedersi in un bar per mostrarle il campionario e bere un succo di frutta o una Coca Cola. O per farle un piccolissimo colloquio in cui fa dire alla ragazza come si chiama e che scuola frequenta. E magari registra anche il colloquio per farlo poi riascoltare al padre di Emanuela durante una delle telefonate dei “rapitori”, come prova dell’esistenza in vita della ragazza.

Fa caldo, è estate, una cosa fresca da bere fa sempre piacere e i bar del centro non sono posti pericolosi, sono locali pubblici, frequentati da brave persone.

ROMA NEGLI ANNI DELLA BANDA DELLA MAGLIANA

Non ci dobbiamo dimenticare un dettaglio importante, però. In quegli anni i componenti della Banda della Magliana avevano necessità impellente di lavare i soldi provenienti dalle estorsioni e dallo spaccio. Da intercettazioni e indagini di quegli anni risulta che uno dei settori più utili a questo scopo fosse la ristorazione.

Moltissimi ristoranti, bar e locali notturni furono aperti, e sono tutt’ora in attività, da membri della banda e intestati a parenti e prestanomi. In altri casi, invece, proprietari di ristoranti che avevano avuto la sventura di chiedere soldi a usura, si ritrovarono coinvolti in strani giri, persero la proprietà effettiva dell’attività a fronte di interessi altissimi. Quindi un bar in quegli anni non è un posto proprio sicuro per una cittadina vaticana di cui qualcuno ha “commissionato” il rapimento.

Ma perché la Banda della Magliana ha una parte così rilevante in questo racconto? Non solo per l’amicizia comprovata, come abbiamo visto, tra De Pedis e Monsignor Vergari.

GLI INTERROGATORI DEGLI AMICI DI EMANUELA

Qualche giorno dopo la scomparsa di Emanuela Orlandi, il 13 e il 15 Luglio, vengono interrogati dagli inquirenti gli amici della ragazza. Il magistrato vuole sapere se hanno notato, nei giorni prima della scomparsa, movimenti strani intorno al loro gruppo, se Emanuela abbia mai parlato loro di qualcosa di non ordinario entrato nella sua vita o se sanno di amicizie di Emanuela non ancora a conoscenza della magistratura.

Ovviamente tutti confermano l’assoluta normalità della vita della loro amica e l’assoluta assenza di un movente da trovare nelle sue frequentazioni abituali. Però tutti raccontano di almeno due pedinamenti subìti nei giorni subito precedenti al 22 giugno.

Uno specialmente, Angelo Rotatori, racconta di un pomeriggio in cui la loro comitiva, inclusa Emanuela, si incontrano nei pressi di Porta di Sant’Anna e si incamminano verso la sala giochi “Giocagiò” di Viale Giulio Cesare. Due ragazzi li seguono, li aspettano e, all’uscita, li seguono fino quasi all’ingresso del Vaticano. Rotatori, dopo aver visto un libro di foto segnaletiche, riconosce Marco Sarnataro, uno degli uomini di fiducia di De Pedis.

Il secondo episodio, che non lascia adito ad alcun dubbio, accade il 19 o il 20 giugno. I ragazzi stanno percorrendo Viale dei Corridori per recarsi al mare a Ostia. Vengono affiancati da una macchina di piccola cilindrata bianca. Il passeggero si sporge dal finestrino fino a toccare il braccio di Emanuela e dicendo all’autista “Eccola, è lei” per poi accelerare e sparire nel traffico.

Almeno 3 di loro riconoscono nel passeggero che tocca Emanuela Marco Sarnataro mentre la quarta, forse confondendo guidatore e passeggero, riconosce Sergio Virtù, autista e factotum di De Pedis.

Il nome di Sergio Virtù tornerà nelle cronache 25 anni dopo quando, Sabina Minardi, amante di Renatino ed ex moglie del calciatore della Lazio, Bruno Giordano, dirà agli inquirenti che nell’estate del 1983 il Virtù le presta la sua macchina per condurre, su ordine di De Pedis, Emanuela dal Bar Gianicolo, percorrendo la strada “dalle mille curve” (Via delle Mura Aurelie) fino all’ingresso del Vaticano, dov’era il distributore di benzina, dove verrà presa in carico da un’altra macchina con a bordo un prelato.

Ma le testimonianze degli amici di Emanuela rimangono sulla carta, rimangono lettera morta. Nessuno si preoccupa di cercare e interrogare Sarnataro e Virtù né tantomeno De Pedis che all’epoca era latitante. Nessuno si preoccupa di rilevare informazioni sulle attività commerciali e di ristorazione della zona intorno alla Basilica di Sant’Apollinare, tutte le indagini verranno concentrate (sviate?) sulla pista internazionale annunciata dalle numerose telefonate di anonimi rapitori con finto accento straniero e su cui la stampa, come fu per per la strategia della fermezza del rapimento Moro, impacchetta e ricama una grandiosa verità precostituita per sedare l’opinione pubblica.

ULTIMI SVILUPPI DEL CASO EMANUELA ORLANDI

Sulla pista internazionale gli inquirenti perderanno 15 anni salvo scoprire che, al 90%, si trattò di una grandissima messa in scena mediatica con registi occulti ancora da definire.

Purtroppo non abbiamo tempo e spazio per parlare dei successivi 38 anni di bugie, di depistaggi, del muro di silenzio eretto dal Vaticano e dai 3 pontefici succedutisi, nei confronti della famiglia Orlandi e della verità.

Non abbiamo tempo e spazio per parlare dell’omertà di certi ambienti, di un dossier mai consegnato alla magistratura italiana e di un Procuratore capo della Repubblica Italiana che, dopo aver chiuso e archiviato tutte le indagini con motivazioni che suscitano diversi dubbi, diventa Presidente del Tribunale dello Stato della Città del Vaticano.

Non abbiamo tempo e spazio per parlare della telefonata arrivata nella sala stampa vaticana alle 21 del 22 giugno in cui già si parla di Emanuela Orlandi mentre ancora i familiari, ignari, la stanno aspettando per cena.

Io personalmente sono convinto che la verità su questo caso sta tutta in quelle ore che vanno dalle 16 alle 19.30 del 22 giugno 1983 e in quello che accadde nei giorni precedenti. Dipanato il primo capo della matassa il gomitolo si scioglierà e tutti i pezzi di questo incredibile puzzle andranno al loro posto.

Nell’episodio “Il segno dei quattro” Arthur Conad Doyle fa dire alla sua creazione Sherlock Holmes: “Eliminato l’impossibile, ciò che resta, per improbabile che sia, deve essere la verità”.

 

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