La Stasi. Lo scudo e la spada della Germania dell’Est

Un film-simbolo sulla Stasi: "Le vite degli altri"

Per i berlinesi, ma non solo, Ruschestrasse, nel quartiere Lichtenberg, è un indirizzo che solo a pronunciarlo fa tremare i polsi, rievocando incubi dai quali svegliarsi serve davvero a poco. Al civico 103 sorgeva la sinistra sede del luogo più temuto di tutta la Germania Est, quella che, con ironia tutta tedesca, era ufficialmente conosciuta come Repubblica Democratica tedesca, la casa della famigerata Stasi, la polizia politica della DDR. Stasi è la contrazione delle parole tedesche Ministerium fur Staatssicherheit, cioè Ministero per la Sicurezza dello Stato, istituzione nata nel febbraio del 1950 e, a tutti gli effetti, per usare le parole di Gianluca Falanga (uno dei massimi esperti sulla storia della Stasi, nonché collaboratore del Museo della Stasi), «il più grande e impenetrabile servizio di sicurezza che la storia umana abbia mai conosciuto».

COME NACQUE LA STASI?

La Stasi fu uno straordinario e impareggiabile apparato spionistico, capace di controllare ogni ganglio della vita dei tedeschi orientali e non solo. All’apice del suo terrificante sviluppo, fu in grado di prevedere una spia ogni 59 abitanti, numeri impressionanti, irripetibili, tali da far impallidire non solo i servizi segreti dei più importanti paesi occidentali, in primis la CIA, ma anche il celebre KGB.

Con la fine della Seconda guerra mondiale e principalmente con l’occupazione sovietica di parte della Germania, oltrecortina si avverte il bisogno impellente di difendere il fragile stato tedesco dell’est sia dall’interno – molti dei diciotto milioni di tedeschi orientali non sono certamente filosovietici – ma anche dall’esterno, dalle pressioni del mondo occidentale, dalle “tentazioni” borghesi. Per questo a Berlino Est calano 2000 agenti sovietici, fra migliori di tutta l’URSS, con lo specifico compito di formare in modo perfetto agenti, quadri, dirigenti di quello che di lì a poco, grazie a una legge emanata l’8 febbraio 1950, si chiamerà Ministerium fur Staatssicherheit, ma che, per ora, ha il pomposo nome di Direttorato per la salvaguardia dell’economia popolare, un nome oscuro, che non lascia trasparire le reali finalità del nuovo organismo, ma la segretezza, specie in queste prime fasi in cui si sta costruendo la DDR, è assolutamente necessaria.

Con la trasformazione nel febbraio del 1950 del Direttorato in un vero e proprio ministero, il quadro si fa decisamente più chiaro. Alla guida della nuova struttura, la cui nascita passa quasi in sordina, i sovietici pongono Wilhelm Zaisser, uomo di massima fiducia, formatosi a Mosca negli anni in cui in Germania imperversava il nazismo e con significative esperienze nella guerra civile spagnola, a cui prese parte con il nome di battaglia di Gomez. Vice di Zaisser, con il ruolo di segretario, viene scelto Erich Mielke, colui che, di lì a poco, sarà l’unico, vero dominus della Stasi, l’uomo più potente della Germania dell’Est.

La nascita della Stasi coincide con la svolta autoritaria e in chiave stalinista della DDR. A partire infatti dal 1952 il paravento democratico e pluralista viene giù e lo stato tedesco orientale assume i caratteri del peggiore stato dittatoriale. Il pluripartitismo, più apparente che reale, viene spazzato via a favore di un rigido sistema monopartitico basato sulla SED, il partito comunista. La società, come l’economia, assumono i caratteri del modello sovietico.

La Repubblica Democratica Tedesca diventa un perfetto esempio di stato autoritario comunista. È chiaro che per consolidare una simile trasformazione, sia necessario affilare le armi per contrastare le inevitabili reazioni a un simile e radicale cambiamento. La Stasi, allora, diviene l’alleato migliore del partito, il braccio armato di uno stato dittatoriale. E i numeri lo confermano. In un solo anno la polizia politica, alla quale sono affidate la maggior parte delle azioni volte a controllare ma, anche a reprimere, coloro che sono ritenuti potenziali pericoli, passa da 5000 a 10000 addetti, un numero esorbitante che continuerà a crescere negli anni successivi.

Non solo un incremento quantitativo ma anche e principalmente qualitativo. A far parte degli organici vengono chiamati perlopiù giovani, la cui fedeltà al partito e alla causa comunista è assoluta. Dallo scouting vengono esclusi tutti coloro che hanno avuto un passato nazista. Una scelta ideologica che ha l’evidente difetto di acquisire una pletora di agenti, molto spesso dilettanti e da formare, i cui limiti emergeranno di lì a poco.

LE PROTESTE DEL GIUGNO 1953

Berlino Est, 17 giugno 1953. Le strade improvvisamente si affollano di gente comune che scende in piazza per protestare contro la crisi economica, per sottolineare l’imbarazzante differenza con la vita che conducono gli “altri”, quelli che abitano all’Ovest. A scatenare la protesta cittadina – del tutto spontanea nonostante le successive ricostruzioni ad usum delphini fatte dal regime che intravede, invece, la solita mano nemica – è la decisione del governo di alzare la produttività industriale del 10% a fronte, però, di salari rimasti immutati. La protesta è duramente repressa grazie anche al fondamentale intervento dei vicini sovietici che non disdegnano di inviare i carri armati. I moti del giugno 1953, pur sedati, innescano, tuttavia, un rapidissimo processo di trasformazione della Stasi. Ulbrick, il potente segretario della Sed, si rende conto della assoluta, e non più rimandabile, necessità di potenziare la polizia politica. Quello che è avvenuto il 17 giugno non può più ripetersi, pena l’esistenza stessa in vita della DDR. I fatti del giugno 1953 determinano la caduta di Zasser, ritenuto il principale responsabile e accusato di frazionismo e ostilità verso le istituzioni del partito e dello Stato. Al suo posto arriva Ernest Wollweber, ancora una volta un vecchio comunista scelto dal Cremlino; ancora una volta Mielke rimane in panchina, ma l’ingresso in campo è dietro l’angolo.
Quattro anni dopo Mielke subentrerà a Wollweber, che paga i problemi di salute, ma specialmente i continui contrasti con Ullrick. La nomina di Mielke alla guida della Stasi, nel novembre del 1957, è la naturale conclusione di un’inevitabile ascesa.

LA SVOLTA AI VERTICI DELLA STASI: NEL 1957 ARRIVA MIELKE

Erich Mielke

Erich Mielke, a capo della Stasi dal 1957 al 1989

Nato a Berlino il 28 dicembre 1907, Mielke, dopo essere entrato nel 1921 nelle file del partito comunista tedesco, agli inizi degli anni Trenta si trasferisce a Mosca, dove frequenta la scuola Lenin. Dopo aver maturato l’esperienza della guerra in Spagna come volontario nelle Brigate internazionali, negli anni della Seconda guerra mondiale è prima in Belgio e poi in Francia. La nomina a capo della Stasi è per Mielke il coronamento di un sogno. Il nuovo capo, forte dell’assoluto sostegno dei vertici politici, appronta delle sostanziali modifiche agli apparati della Stasi in ossequio all’imperativo che tutto debba passare sotto la lente dei servizi segreti, perché ogni minimo elemento, anche quello apparentemente più banale e insignificante, potrebbe essere potenzialmente una minaccia per la DDR.

Sotto la guida di Mielke la Stasi diviene una macchina perfetta e spietata, la concretizzazione del grande fratello di Orwell, un grande occhio per vedere tutto, un affinato orecchio per sentire anche i sospiri. Spalleggiato dai suoi superiori, Mielke aumenta gli organici della Stasi. Non solo numeri ma anche e principalmente qualità. I fatti del giugno del 1953 hanno palesato l’inadeguatezza culturale ma anche formativa di moltissimi agenti, per questo va, in primis, migliorata la selezione delle future spie ma anche la loro formazione. I progetti di Mielke trovano la totale adesione del partito che apre oltremodo i lacci della borsa, innervando la Stasi di sovvenzioni impressionanti.

Dopo la costruzione del Muro di Berlino, nell’agosto del 1961, la Stasi vive un inevitabile momento di impasse. Più di qualche esponente governativo mostra un certo disappunto per i bilanci spropositati dell’organizzazione guidata da Mielke, proponendo una drastica cura dimagrante. Ma Mielke resiste, dimostrando che quelle cifre sono necessarie per supportare il suo programma di “ogni presenza” della Stasi nei gangli della società tedesca orientale. Ridurre i costi, sostiene Mielke, determinerebbe un ridimensionamento della polizia segreta con inevitabili conseguenze politiche e sociali. La linea di Mielke prevale e la Stasi supera indenne quel momento di difficoltà, proiettandosi verso un futuro sempre più roseo. Con l’affermarsi della Ostpolitik, il ruolo della Stasi muta nuovamente, ma di certo non si ridimensiona. L’apertura a Est, promossa all’inizio degli anni settanta da Willy Brandt, cancelliere della Germania Federale e volta a normalizzare il rapporto con la vicina DDR, ha come primo effetto il riconoscimento della Germania Democratica a livello internazionale, con tanto di ingresso nell’ONU. In un simile contesto la Stasi non può più mostrare i suoi denti aguzzi, per non spaventare i nuovi “alleati.” Deve continuare a operare ma usando altri mezzi per agire nell’ombra. Mielke sa bene che in questa fase di distensione i rischi non sono diminuiti, per cui l’attenzione esercitata dal Ministero sui tedeschi orientali e non solo, deve essere massima. Aver reso più larghe le maglie diplomatiche comporta la possibilità di pericolose intromissioni nel rigido sistema dittatoriale, un rischio che il regime non si può permettere.

Massima allerta ma il più possibile discreta. Nessuno al di fuori deve sapere quello che succede nei sotterranei della Stasi, specie ora che gli occhi del mondo sono puntati sullo stato guidato dall’ambizioso Honecker, il nuovo segretario della SED che nel 1971, grazie anche al fondamentale appoggio di Mosca, ha preso il posto del defenestrato Walter Ulbricht. Bisogna dunque affinare le strategie di controllo attraverso una crescita tecnologica ancora maggiore. Se l’apertura della DDR porta prestigio, soldi e presenza nei salotti buoni, dall’altra non ridimensiona l’azione della Stasi che, anzi, si fa più spietata. Gli organici crescono sempre di più, d’altra parte lavorare per la Stasi è certamente un vantaggio economico non indifferente, non solo per gli stipendi in media più alti rispetto a quelli dei comuni tedeschi orientali, ma anche per degli evidenti benefit, quali alloggi gratis o la possibilità di acquistare beni “occidentali” di solito introvabili. Ma non tutto è oro quello che luccica. Far parte dei quadri della Stasi è un impegno stressante, che isola, devasta, annienta.

LA STASI NEGLI ANNI SETTANTA: IL “TERRORE DISCRETO” NELLE VITE DEGLI ALTRI

Gunter Grass e Wily Brandt

Gunter Grass e Wily Brandt: due illustri “osservati speciali” dalla Stasi

Gli anni Settanta sono quelli in cui l’organizzazione guidata da Mielke raggiunge quasi la perfezione nelle forme di controllo di coloro che sono ritenuti sospetti. In quel decennio si perfeziona il cosiddetto “terrore discreto”, attraverso il quale la Stasi stringe ancora di più le maglie della sua fitta e asfissiante rete, concentrandosi in particolare sul controllo delle telefonate e della corrispondenza, nonostante la riservatezza sia ufficialmente garantita dalla costituzione della DDR. Le comunicazioni dei tedeschi orientali ma anche di coloro che vivono per esigenze lavorative oltre cortina, personale diplomatico in primis, ma anche la comunissima posta sono passate al setaccio dell’occhiuta attenzione degli agenti della Stasi. E questo i tedeschi orientali lo sanno bene.

Tutti sono controllati, anche i personaggi più insospettabili come avviene per Willy Brandt. Il discreto controllo a cui è sottoposto il cancelliere della Germania dell’Ovest, il padre di quella politica della mano tesa alla DDR, rappresenta senza dubbio il successo più clamoroso ottenuto dalla Stasi i cui effetti politici sono devastanti. A spiare su Brandt è addirittura il suo uomo più fidato: Günter Guillaume. Questi, in realtà, è un agente al soldo della Stasi, emigrato negli anni Cinquanta a Berlino Ovest proprio per infilarsi nei gangli della politica occidentale, riuscendoci perfettamente. Quando nel 1974 lo scandalo dello spionaggio emerge in tutta la sua drammaticità, Willy Brandt, all’apice del suo successo, è costretto a dimettersi dalla Cancelleria, pur rimanendo ancora alla guida del partito socialdemocratico.

Non solo politici ma anche sportivi, scrittori, come Gunter Grass e comuni cittadini. La Stasi spulcia le Vite degli altri con la naturalezza di un confessore domenicano. Ne sa qualcosa Timothy Garton Ash, uno studente londinese che nel 1978 si trasferisce a Berlino Est per un dottorato di ricerca. A sua insaputa nel corso dei due anni di permanenza nella capitale della DDR viene spiato in ogni momento della sua vita. Nel 1992, dopo la caduta del muro e la conseguente apertura degli archivi dell’Europa dell’Est, Timothy Garton Ash scopre l’esistenza di un dossier sul suo conto: una cartella intitolata “Romeo”, il suo nome in codice.

IL DEFINITIVO TRAMONTO DELLA STASI

L’energica azione della Stasi prosegue indefessa anche negli anni Ottanta, nonostante spifferi sempre più forti e minacciosi penetrino nel mondo comunista, minando un edificio con fondamenta sempre più d’argilla. Alla vigilia dei fatti che determinano il crollo del Muro di Berlino, la Stasi crede ancora di poter controllare le proteste, non capendo, invece, che questa volta non si tratta di un debole zefiro, ma di un tornado che travolgerà tutto. Mentre fuori la storia intacca la solidità di un sistema che appariva apparentemente inattaccabile, nelle inaccessibili stanze della Stasi si continua a procedere come se nulla stesse accadendo.

Poi arriva il novembre 1989 e allora anche gli inossidabili dirigenti della polizia segreta più potente al mondo fatalmente comprendono che il conto alla rovescia è definitivamente iniziato. La paura prende il posto della sicurezza e allora l’imperativo è uno solo: cancellare le prove di decenni di azione. La nave rapidamente affonda, per cui conta solo salvarsi e magari rifarsi il trucco in previsione di un cambiamento epocale, quello della riunificazione delle due Germanie, della fine della DDR. Oggi sono ancora moltissime le pagine non lette del libro della Stasi, spetterà agli storici trasmettere ai posteri qualcosa che sembra impossibile che sia esistito, quella che appare la trama di un libro di Orwell o la sceneggiatura di un film di 007. E invece è stato tutto drammaticamente vero.

 

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