A dare ufficialmente l’avvio al carnevale romano, uno dei momenti più attesi dalla città eterna, era la “Patarina”, la storica campana del Campidoglio (più volte fusa e rimodellata in realtà) che fu portata a Roma, come trofeo di guerra, nel 1200 dal senatore Pandolfo della Suburra, dopo aver sconfitto i viterbesi, rei di aver minacciano il paese di Vitorchiano, alleato con Roma. Dopo il suo rintocco la festa aveva inizio e Roma follemente si trasformava.

CARNEVALE ROMANO: I SATURNALI NELL’ANTICA ROMA

Le origini del Carnevale romano, così come quelle della stessa parola, sono avvolte nel mistero. Se infatti è incerto l’etimo, (la versione più accreditata è che la parola derivi dalla contrazione della frase carnem levare con chiaro riferimento all’astinenza dal consumo della carne tipica della Quaresima, periodo che inizia per l’appunto subito dopo il martedì grasso, in origine l’unico giorno ad essere chiamato con il termine di Carnevale) lo è anche la nascita di questa singolarissima festa.

Per molti il Carnevale romano deriverebbe dagli antichi riti dei Saturnali, che si svolgevano a Roma nel mese di dicembre. Questa festa, dedicata al dio Saturno, vedeva la partecipazione di tutta la popolazione dell’Urbe, senza distinzioni di sesso e ceto, tanto che i servi venivano autorizzati a indossare gli abiti dei padroni, in una singolare forma di travestimento attraverso l’appropriazione di una personalità non propria ma molto agognata. L’allegria era il filo conduttore dei Saturnali. Cibo e vino comparivano in abbondanza sulle tavole imbandite, con facili e prevedibili conseguenze. In quei giorni erano molti i romani che si abbandonavano alla dissolutezza, alla lussuria, ai piaceri più diversi. Rimanere sobri e distaccati era praticamente impossibile, in ossequio al celebre motto latino semel in anno licet insanire.

IL CARNEVALE DI ROMA NEL MEDIOEVO

Le prime testimonianze del Carnevale romano risalgono al X secolo d.C. Nei giorni precedenti la Quaresima, infatti, si tenevano per la città giochi e tornei, che riscossero un immediato successo fra i romani. Con il passare dei secoli l’organizzazione del carnevale si affinò sempre di più, divenendo uno degli appuntamenti più attesi di tutto l’anno e recuperando quel carattere trasgressivo legato al piacere sfrenato e al travestimento tipico dei Saturnali.

L’idea di poter uscire dall’ordinario, seppur per una manciata di giorni, venendo meno alle rigide regole imposte al popolino dal regime pontificio, risultava quanto mai allettante.

Fu papa Paolo II a conferire al Carnevale romano quell’aspetto tradizionale che tanto colpì diversi scrittori stranieri, fra cui Dumas, Goethe o Montaigne.

Papa Barbo, originario di Venezia, stabilì di incentrare il grosso dei festeggiamenti carnevaleschi, che fino a quel momento si svolgevano prevalentemente a Testaccio e a piazza Navona, nell’asse viario posto fra piazza del Popolo e piazza Venezia. Se nella celebre piazza Navona (all’epoca in Agone) si tenevano per lo più tornei cavallereschi, presso Monte Testaccio, nel medioevo pressoché disabitato, i divertimenti assumevano ben altre forme, con toni decisamente più cruenti. Uno degli spettacoli preferiti, infatti, era quello della Ruzzica de li porci, un barbaro divertimento consistente nel far rotolare giù da un pendio dei carretti con sopra dei maiali vivi, i quali arrivavano a valle in condizioni disperate per l’assurda felicità dei partecipanti che, alla fine si premuravano di raccogliere quanto restava dei malcapitati suini.

Alla base della decisione del papa di spostare i giochi in una nuova zona, non vi fu una motivazione etica quanto una politica. Il pontefice, eletto il 30 agosto 1464 al primo scrutinio nel conclave apertosi dopo la morte di Pio II, concentrando il grosso dei festeggiamenti a ridosso di piazza Venezia, desiderava valorizzare il palazzo di famiglia, Palazzo Venezia, da poco costruito, che sarebbe divenuto, con l’omonima piazza in cui sorgeva (molto diversa nelle dimensioni dall’attuale), l’approdo finale del Carnevale.

Come scrisse lo storico Ludvig von Pastor nella sua celebre Storia dei Papi, Paolo II decise di allestire “cortei bacchici, rappresentazioni mitologiche di numi, di eroi di ninfe e di geni e dalla loggia del suo palazzo il papa volle essere spettatore delle corse ordinando che se ne fissasse la partenza sotto l’arco di Dominazione e l’arrivo sotto le sue finestre”.

Entusiasta per l’accoglimento dei festeggiamenti da parte dei romani, Pietro Barbo emanò addirittura un regolamento in cui erano dettagliatamente elencate le diverse e singolari competizioni che avrebbero contraddistinto il carnevale. Si andava dalla corsa degli ebrei (che correvano rigorosamente dopo aver mangiato abbondantemente al fine di rendere più grottesca una gara dal forte spirito antisemita, tanto che venne in seguito abolita), a quella dei bambini cristiani, passando per la corsa degli anziani di età superiore ai sessant’anni, che si svolgeva il Giovedì grasso, fino a quella delle bufale e degli asini, che si svolgeva il Martedì grasso e che, come ricorda Bartolomeo Sacchi, faceva talmente ridere che la gente difficilmente riusciva a rimanere in piedi. Accanto a queste corse “legalizzate” nel corso degli anni si aggiunsero altri tipi di competizioni, da quella dei nani a quella degli zoppi, senza dimenticare quella dei deformi. E’ evidente come il Carnevale romano avesse un carattere, oltre che molto popolare, anche dissacrante e decisamente cinico, secondo la più tipica tradizione romana.

LA CORSA DEI BERBERI

Partenza della corsa dei Barberi alle tribune di piazza del Popolo

Partenza della corsa dei Berberi alle tribune di piazza del Popolo in un dipinto di Géricault, 1818

Ma l’appuntamento principe di tutto il Carnevale, oltre alla Festa dei Moccoli (una enorme fiaccolata in cui ogni partecipante teneva in mano un candelotto acceso che il vicino tentava di spegnere o carpire, scatenando un inevitabile pandemonio che Goethe definì “uno spettacolo da matti”) era senza dubbio la Corsa dei Berberi, o Barberi, che – come per le altre sfide – utilizzava il lungo rettifilo di via Lata (l’odierna via del Corso, che deve il suo attuale nome proprio alle corse carnevalesche), da piazza del Popolo a piazza Venezia.

Questa manifestazione, che il vedutista francese Antoine Jean Baptiste Thomas testimoniò in bellissime incisioni, consisteva nella corsa di cavalli scossi, privi del fantino, che partivano da piazza del Popolo e, fra ali di folla, arrivavano dopo una folle corsa a piazza Venezia, dove gli equini venivano frenati mediante un grosso telone tirato da una parte all’altra della strada. Speciali premi erano previsti per coloro che nell’ultimo tratto di gara fossero riusciti a saltare in groppa ai cavalli. La Corsa dei Berberi, dal nome della razza dei cavalli utilizzati, pur amatissima dai romani era, tuttavia, una manifestazione particolarmente pericolosa e non solo per i poveri animali ma anche per gli stessi spettatori.

Accanto alle competizioni “sportive” il Carnevale romano si caratterizzava anche per una miriade di altre manifestazioni, molte di queste del tutto spontanee e consistenti nella sfilata di maschere e di travestimenti di ogni tipo, uno spettacolo di umanità variopinta e variegata che Alexander Dumas descrisse superbamente in uno dei capitoli del suo capolavoro, Il Conte di Montecristo: “Una moltitudine di maschere compariva da ogni parte, uscendo dalle porte, dalle finestre; le carrozze sbucavano da tutti gli angoli delle strade, gremite di pagliacci, d’arlecchini, di domino, di marchesini, di trasteverini, di grotteschi, di cavalieri, di contadini, tutti gridando, gesticolando, lanciando uova piene di farina, coriandoli e mazzettini di fiori; aggredendo con le parole, e con gli oggetti, amici e stranieri, conoscenti e sconosciuti, senza che alcuno avesse il diritto di lamentarsi, senza che alcuno facesse altro che ridere”.

IL TRAMONTO DEL CARNEVALE ROMANO NELL’OTTOCENTO

Ma proprio questo carattere di sfrenata libertà che richiamava turisti da ogni dove (a Roma i balconi e le finestre che davano sul Corso ma anche su piazza del Popolo e su piazza Venezia venivano affittati a prezzi esorbitanti parecchie settimane prima dell’evento), se da una parte rappresentava la cifra assoluta del Carnevale romano – tanto diverso in questo dall’eleganza di quello veneziano – dall’altra costituiva anche il suo maggior difetto, al punto che, in più di un’occasione i papi, per ragioni di ordine pubblico, arrivarono a limitarlo se non addirittura a vietarlo. Nel 1837, regnante Gregorio XVI, non certo un “democratico”, il Carnevale fu sospeso ufficialmente, come ironicamente stigmatizzò il Belli, “cor pretesto e la scusa del collera” ma probabilmente i reali motivi di quella decisione furono altri.

Con la Breccia di Porta Pia il Carnevale romano conobbe una rapida crisi. Nella Roma “umbertina” l’evento capitolino appariva una manifestazione troppo popolana, quasi incivile, non degna della nuova capitale del Regno italiano. L’abolizione della Corsa dei Berberi nel 1883, dopo l’ennesimo incidente mortale, fu il naturale preludio al definitivo tramonto del Carnevale romano che, di lì a poco, fu del tutto soppresso.

Calava il sipario, dunque, su una delle feste più tipiche della cultura romana, una festa che, come diceva Goethe, il popolo romano offriva sostanzialmente “a se stesso”.