Il mito della caverna: l’insegnamento di Platone

Platone e il mito della caverna

Non conosciamo quasi niente della vita e della realtà. Cerchiamo in tutti i modi di emanciparci, informarci, comprendere ma cosa effettivamente sappiamo di quanto ci circonda? Quanta superbia ed arroganza abbiamo ogni volta che riteniamo di avere la verità in tasca, pretendendo che gli altri ci diano ragione su questo o quel fatto? Pensiamo che la nostra esperienza diretta sia una verità inconfutabile, una conoscenza profonda quando invece, nella maggior parte dei casi, si tratta soltanto di una opinione. Siamo prigionieri dentro una caverna, una prigione in cui volgiamo lo sguardo soltanto verso una direzione e quello che osserviamo è la proiezione della realtà, non la realtà. Davanti ai nostri occhi si palesa l’ombra delle cose, l’apparenza degli eventi che viene proiettata da una fiamma alle nostre spalle. E sono così pochi coloro che si elevano da questa condizione di schiavitù (e di limitazione insieme) che quando ciò avviene poi è molto difficile ridiscendere nell’antro da cui si è partiti per spiegare le cose celesti che si sono viste. Perché non si è creduti. Questo è ciò che ci racconta il mito della caverna, il racconto allegorico scritto nel IV secolo a.C. da Platone, sottile filosofo ateniese, che interrogandosi sulla conoscenza del mondo da parte dell’uomo, comprende e spiega la misera condizione umana.

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