Non belligeranza fascista. Storia di una neutralità mascherata

Mussolini e Hitler

Non è ancora l’alba quando le truppe tedesche invadono la Polonia. Sul calendario la data appuntata con uno spillo è quella del 1° settembre 1939, è l’inizio della Seconda Guerra Mondiale.

Poche ore dopo, a Roma, Benito Mussolini riunisce i suoi ministri a Palazzo Venezia. C’è un annuncio importante da dare, qualcosa che riguarda il destino degli italiani.

Il duce appare calmo, dopo giorni di malcelata tensione. Ai membri del governo annuncia che l’Italia non entrerà in guerra accanto alla Germania, non per ora almeno.

È la dichiarazione che in molti fra politici, militari e soprattutto italiani, attendono da giorni. Mussolini la chiama non belligeranza, una formula da lui stesso inventata per fascistizzare la vecchia e poco dignitosa neutralità ma, questione terminologica a parte, è la medesima cosa.

Ma come si arriva a quella decisione? E perché Mussolini sceglie di non partecipare al fianco della Germania nonostante esista un’alleanza militare?

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Fondazione dei Fasci di Combattimento: la genesi del fascismo

Fasci di Combattimento. Benito Mussolini in una foto del 1925

Milano, 23 marzo 1919. Nel salone del Circolo dell’Alleanza industriale e commerciale, in piazza San Sepolcro, un giovane Benito Mussolini sta per iniziare a parlare ad un platea di poco più di cento persone. Nei giorni precedenti quella riunione è stata più volte entusiasticamente preannunciata da alcuni articoli del giornale “Il Popolo d’Italia”. In particolare il 9 marzo sul giornale che Mussolini dirige dalla sua fondazione si legge: “Il 23 marzo sarà creato l’antipartito, sorgeranno cioè i Fasci di Combattimento, che faranno fronte contro due pericoli: quello misoneista di destra e quello distruttivo di sinistra. Sarà fissato un programma di pochi punti, ma precisi e radicali”.

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