“E’ poi ridisse: Tuo cuor non sospetti; / fin t’assolvo, e tu m’insegna fare / sì come Penestrino in terra getti“. Così Dante nel XXVII canto dell’Inferno fa parlare Guido da Montefeltro che racconta come papa Bonifacio VIII, “lo principe d’i nuovi farisei” gli avesse chiesto dei consigli per espugnare Palestrina, stanco per una guerra che sembrava non concludersi mai. Al netto dei discorsi circa l’attendibilità storica dell’incontro fra il pontefice e Guido di Montefeltro, che Giovanni Villani nella sua Nova Cronica definisce “il più sagace e il più sottile uomo di guerra che a quei tempi fosse in Italia”, ciò che conta è la reale sorte di Palestrina.
Il conflitto cominciò nel 1297. La cittadina laziale alle porte di Roma fu assediata per più di un anno. Dal 1110 feudo incontrastato della nobile e potente famiglia dei Colonna, Palestrina nel settembre del 1298 capitolò più per stanchezza e fame che per una vera e propria resa dettata da ragioni di carattere militare. Ma perché un pontefice spese tante energie e non pochi denari per una simile impresa? Le ragioni di questa scelta che condusse alla distruzione di Palestrina devono essere ricercate nel rapporto con i Colonna, mai buono in verità ma, dopo l’elezione al soglio pontificio di Benedetto Caetani, decisamente peggiorato.