Non conosciamo quasi niente della vita e della realtà. Cerchiamo in tutti i modi di emanciparci, informarci, comprendere ma cosa effettivamente sappiamo di quanto ci circonda? Quanta superbia ed arroganza abbiamo ogni volta che riteniamo di avere la verità in tasca, pretendendo che gli altri ci diano ragione su questo o quel fatto? Pensiamo che la nostra esperienza diretta sia una verità inconfutabile, una conoscenza profonda quando invece, nella maggior parte dei casi, si tratta soltanto di una opinione. Siamo prigionieri dentro una caverna, una prigione in cui volgiamo lo sguardo soltanto verso una direzione e quello che osserviamo è la proiezione della realtà, non la realtà. Davanti ai nostri occhi si palesa l’ombra delle cose, l’apparenza degli eventi che viene proiettata da una fiamma alle nostre spalle. E sono così pochi coloro che si elevano da questa condizione di schiavitù (e di limitazione insieme) che quando ciò avviene poi è molto difficile ridiscendere nell’antro da cui si è partiti per spiegare le cose celesti che si sono viste. Perché non si è creduti. Questo è ciò che ci racconta il mito della caverna, il racconto allegorico scritto nel IV secolo a.C. da Platone, sottile filosofo ateniese, che interrogandosi sulla conoscenza del mondo da parte dell’uomo, comprende e spiega la misera condizione umana.
Platone
La hybris dai Greci a noi: viaggio nella superbia umana
Hybris (ὕβρις) è uno dei concetti più importanti della cultura greca: indica la tracotanza, l’eccesso di orgoglio e la pretesa dell’uomo di oltrepassare i propri limiti. Dai miti di Icaro, Edipo e Sisifo alla filosofia di Socrate, la hybris racconta la fragilità umana di fronte alla superbia e alla sfida dell’ordine divino.