Quando il genio di Michelangelo si trasferì per la seconda volta a Roma, dopo avere già dato prova della sua abilità scultorea con la realizzazione della Pietà commissionata dal cardinale De Bilhères, concepì quella che nella sua testa doveva essere una delle tombe più maestose e belle che la storia dell’arte avesse mai conosciuto, un sepolcro in grado di gareggiare con i mausolei dell’antichità. Era il 1505 e sul soglio pontificio sedeva papa Giulio II della Rovere, eletto nel 1503 quale successore del suo acerrimo nemico Alessandro VI Borgia. Deciso nell’assegnare un ruolo di egemonia al papato e determinato nel contrastare le forze straniere, il pontefice si avventurò, da una parte, in una serie di campagne militari attraverso un gioco di alterne alleanze, dall’altro nel rilancio di una politica culturale che offriva spazio agli artisti rinascimentali più famosi di quel periodo: Raffaello, Bramante e Michelangelo. Così Giulio II riprese l’idea di riedificare la basilica di San Pietro, il cui progetto venne affidato al Bramante, e pensò di commissionare a Michelangelo la sua tomba che, con la celebre ed imponente statua del Mosè, sarebbe dovuta diventare una delle opere d’arte più apprezzate nei secoli a venire.
«L’urlo di pietra», il Compianto sul Cristo morto di Niccolò dell’Arca
Gabriele D’Annunzio, quando per la prima volta vide il Compianto sul Cristo morto di Niccolò dell’Arca, senza mezzi termini, definì quel magnifico gruppo scultoreo «l’urlo di pietra», per l’intensità e la drammaticità del grido di Maria Maddalena, al cospetto di Gesù, ormai privo di vita. LA CHIESA DI SANTA MARIA DELLA VITA A BOLOGNA Il … Leggi tutto