La voce di Ollio. La carriera da doppiatore di Alberto Sordi

Quando, in una tersa e fredda mattina di fine febbraio, iniziò a diffondersi la notizia della morte di Alberto Sordi, la prima, immediata e naturale reazione fu di totale incredulità. Alberto Sordi da decenni rappresentava il cinema italiano. “Più di ogni altro attore della seconda metà del Novecento, più di Totò e di Gassman, di Mastroianni e di Tognazzi – ha scritto Goffredo Fofi in una bellissima biografia dedicata all’attore romano – Sordi ci ha mostrato quello che siamo e che forse avremmo preferito non essere”.

Fu infatti il migliore a ritrarre i nostri più atavici e incorreggibili difetti; sublime nel tratteggiare le nostre meschinità, le nostre italiche furbizie, obbligandoci a metterci davanti allo specchio e a ridere semplicemente di noi stessi.

Strappava risate pur impersonando personaggi cattivi, cinici e biechi. A tal proposito Pasolini così si espresse: “Alla comicità di Alberto Sordi ridiamo solo noi: perché solo noi conosciamo il nostro pollo. Ridiamo, e usciamo dal cinema vergognandoci di aver riso, perché abbiamo riso sulla nostra viltà, sul nostro qualunquismo, sul nostro infantilismo”.

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