È notte fonda quando una scossa di magnitudo 6.0 polverizza Amatrice. L’epicentro è compreso fra la Valle del Tronto e i comuni di Accumoli, in provincia di Rieti e Arquata del Tronto, paesino marchigiano in provincia di Ascoli Piceno. Sono le 3:36 del 24 agosto 2016. Come a L’Aquila sette anni prima, il terremoto arriva quando la gente dorme, quando fuori è buio, quando bisognerebbe soltanto sognare, cullati dalla brezza lieve di un luogo che ha l’odore della vacanza, il profumo della tradizione e la suggestione di infinite estati trascorse a mirare un palcoscenico naturale unico. Poco dopo quella tragedia il sindaco Sergio Pirozzi pronuncia parole che non lasciano scampo: “Amatrice non c’è più”. Il panorama di un paese incastonato come una gemma rara fra i meravigliosi monti della Laga, è strappato via per sempre dall’album dei ricordi.

TERREMOTO DI AMATRICE: IL RACCONTO DI TRE VOLONTARI

Amatrice all'indomani del terremoto del 24 agosto 2016

Amatrice all’indomani del terremoto del 24 agosto 2016

La conta dei morti, alla fine, sarà drammatica. Duecentotrentanove persone rimarranno sotto le macerie. Un numero altissimo. Sono molti, infatti, i turisti e villeggianti che si trovano nella cittadina laziale per via dell’imminente Sagra dell’Amatriciana, l’evento atteso da tutti e che è giunto alla sua cinquantesima edizione, la più triste di sempre. Dario si trova a pochi chilometri da Amatrice in quella terribile notte del 24 agosto. È a Villa Carmine, una piccola frazione del vicino comune di Leonessa. È lì come ogni anno con la famiglia per trascorrere spiccioli di un’estate che sta girando la sua ultima curva. Qualche giorno di riposo in quella terra a cui fin da bambino è legato, un luogo sicuro dove tornare per ritrovare casa, tradizioni, memoria, prima di rientrare a Roma e riprendere la solita routine. La notte è lieve, ritmata dall’estenuante frinire delle cicale, un suono familiare.

Ma a un certo punto la terra trema e in quella notte stellata le luci delle poche case di Villa Carmine si accendono improvvise e con loro il panico di tutti gli abitanti. La piccola piazza del paese diventa il luogo naturale per ospitare la paura della gente che fugge dalle case, lo fa anche Dario con la moglie e i due figli. In quello spazio che di solito accoglie le ore liete degli abitanti di Villa Carmine, inizia un concitato tentativo per capire cosa sia successo. Non ci vuole molto per rendersi conto della tragedia che di lì a pochi chilometri si è consumata. Dalla radio di una macchina di un paesano giunge la voce rauca del sindaco Pirozzi e il suo fatale responso: “Amatrice non c’è più, c’è gente sotto le macerie, serve la mano di tutti”. E il gelo, in quella notte d’estate, ghiaccia il cuore di tutti.

Dario, Riccardo e Massimiliano decidono di partire. Lì, a Villa Carmine, almeno per ora non servono, mentre a trentacinque chilometri c’è una comunità amica da soccorrere, da provare a salvare. Pochi minuti per organizzarsi, per decidere cosa portarsi, per convincere mogli preoccupate, figli spaventati, amici contrari che è giusto andare ad Amatrice. Salgono in macchina, con loro qualche pala, alcune casse d’acqua e dei vestiti e partono. La via Salaria, che hanno percorso infinite volte e che ora attraversano con il cuore in gola, è una lingua d’asfalto solitaria che le gomme di quell’auto masticano come sabbia.

Nessuno ha voglia di parlare. La paura di quello che di lì a poco troveranno è una morsa che attanaglia, un pensiero che soffoca. Fuori il mondo corre veloce che guardato dai finestrini sembra quello di sempre. Arrivano prima di tutti, prima che la macchina dei soccorsi si muova, prima dell’alba. La prima immagine di Amatrice è quella di un asfalto squarciato, una lunga ferita aperta nel cuore della notte, un limite fisico da varcare soltanto a piedi.

IL DOLORE E LA SPERANZA TRA LE MACERIE DI AMATRICE

Gli scarponi di uno dei soccorritori ad Amatrice

Gli scarponi di uno dei soccorritori ad Amatrice

Dario, Riccardo e Massimiliano non sono soli. A loro, pochi istanti dopo, si aggiungono quattro ragazzi aquilani che, appena saputo, sono partiti. “Nel 2009 la gente di Amatrice giunse in nostro soccorso. Ora, spetta a noi dare un aiuto”. Quei sette uomini, strappati a una notte d’estate da un terribile sisma, diventano una squadra e la speranza subentra alla paura. Il confine è passato. Attraversano strade che sono già un cumulo di macerie. Odono le urla, vedono la disperazione. Quei ragazzi, come decine di altre persone, iniziano a scavare. Non pensano a nulla. Sono degli automi che passano sassi. Abbattono porte di legno per tentare di entrare in quelle case che ancora rimangono in piedi, accolgono i feriti nel più assoluto silenzio, necessario per percepire anche i più deboli segni di vita.

Non c’è spazio per il dolore, ora la priorità è soltanto aiutare, confortandosi a vicenda, vincendo la stanchezza e nascondendo le lacrime. Per piangere ci sarà tanto, troppo tempo. Un’anziana signora con una coperta addosso attraversa quello che fino a qualche ora prima era il corso di Amatrice, il centro del paese e che ora è la frontiera fra la morte e la vita, fra la disperazione e la speranza.

I soccorsi proseguono senza una vera organizzazione ma solo con la voglia di fare presto. Dario con altri entra in un lacerto di casa, forse al secondo piano. In quell’ammasso di macerie percepire quella che poche ore prima era un’abitazione è impossibile. Trovano un signore anziano che si trascina disperato verso di loro. Attaccata alle sue fragili spalle la moglie, senza sapere che quello è il loro ultimo abbraccio. Lo capirà poco dopo urlando in quella drammatica notte la sua disperazione al vento.

Le pietre passano di mano in mano fra i soccorritori. Una catena silenziosa di vite che cerca di sconfiggere la morte, anticipando semplicemente il tempo. Ma la speranza in quel 24 agosto 2016 ha tanti nomi. Uno è quello di Giulia, una bambina di 8 anni. Una delle tante vite strappate alla morte mentre l’alba, ignara di quell’immane tragedia, inizia a stendere le sue braccia colorate. Con il fare del giorno giungono i primi soccorsi organizzati e iniziano a vedersi i veri mezzi.

Dario in quell’alba si trova davanti a ciò che resta di una panetteria. Dentro c’è Rashid, stava preparando il pane quando è crollato tutto. È incastrato sotto le macerie. Dario non può tirarlo fuori, è impossibile farlo a mani nude. Ma può rassicurarlo e non è poco. Si mette sotto un architrave, incurante del rischio che possa crollare tutto, ma la paura in quei momenti ha una voce flebile, che si sperde fra le richieste di aiuto. Gli parla per più di mezz’ora, lo tranquillizza, fra poco uscirà di lì e finirà tutto. Quell’uomo, poco dopo, tornerà alla vita con indosso ancora il camice bianco da panettiere. Dario rimane in disparte, non gli va incontro, lascia che lo facciano i vigili del fuoco, preferisce defilarsi e dare ancora aiuto. Rashid non vedrà mai il volto di Dario ma ricorderà solo la sua voce ed è quello che conta. La solidarietà non ha un nome ma solo un cuore e due braccia.

I morti sono tanti, troppi. Inizia un appello a cui in molti non rispondono. Sono figli, madri, padri, mogli, nonni, amici. Tutti ad Amatrice si conoscono, tutti hanno un volto, una storia da ricordare. Alla fine del corso, su un prato sgombrato dalle macerie, vengono adagiati quei corpi. È un’immagine straziante e in quel momento, quando il sole ormai è alto, Dario, Riccardo e Massimiliano capiscono che è ora di andare, che il loro compito è giunto al termine. La loro macchina, che nella notte avevano lasciato isolata al limitare della tragedia, ora è nascosta fra una miriade di mezzi di soccorso e a malapena la scorgono. Fra le nuvole e i sassi si torna a casa.

Sulla strada di ritorno verso Villa Carmine bisogna rassicurare amici e parenti che telefonano per avere notizie. Per questo tranquillizzano chi chiama, dicendo che non sono riusciti a entrare nella zona rossa, che, di fatto, non hanno potuto fare molto. Un piccola bugia che in quelle ore è una salda zattera a cui aggrapparsi. Dario quando rientra in paese non ha voglia di parlare, di raccontare. Il silenzio diventa il suo più fedele alleato. Non è possibile, almeno per ora, provare anche solo a descrivere quello che poco prima ha vissuto. Ma quel silenzio parla più di mille parole. Nella sua solitudine ripensa alla passeggiata in bicicletta del giorno prima con un suo amico, quando l’estate aveva ancora un senso. Quel giro in bici è l’ultima immagine serena di quella estate del 2016.

Tornerà ad Amatrice, questa volta in veste ufficiale, nel gennaio 2017 come agente della Polizia locale di Roma in una delle tante missioni di soccorso. Appena arrivato cerca Rashid ma al bar, che è l’unico vero punto di ritrovo di un paese che vuole rialzare la testa, gli dicono che si è trasferito a Rieti e che sta bene. In quei giorni di gennaio Dario si mette nuovamente a disposizione della gente, questa volta con un’uniforme indosso. Proverà a nascondere di nuovo il dolore con la speranza, a sconfiggere la morte con la vita.

 

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