Quando a Belfast nei cantieri navali Harland& Wolff, il maestoso Titanic fu terminato, un senso di infinita meraviglia, unito a un’immensa soddisfazione, pervase tutti i presenti. La sensazione degli astanti fu quella di essere al cospetto di un capolavoro. Un’opera frutto dell’ingegno umano che, solcando gli oceani, avrebbe fatto la storia. Fu così, ma per motivazioni purtroppo del tutto differenti.

STORIA DEL TITANIC

Questa è la storia del Titanic, una nave ritenuta inaffondabile e che, invece, si inabissò in occasione del suo primo viaggio. La vicenda del Titanic, il più grande e lussuoso transatlantico di tutti i tempi, che nel 1997 James Cameron trasformò in un film pluripremiato, ebbe inizio nel 1907 quando, in un fumoso ufficio londinese, fu firmato un contratto che sarebbe rimasto nella memoria, e non solo per l’esorbitante costo.

Storia del Titanic

Storia del Titanic

Da una parte Lord Pirrie, dall’altra J. Bruce Ismay. Il primo era il presidente dei cantieri Harland& Wolff. Nati nel 1861, quei cantieri rappresentavano uno dei vanti dell’industria navale britannica. Bruce Ismay, invece, era il numero uno della White Star, la compagnia navale inglese fondata nel 1845 a Liverpool da John Pikington e dall’americano Henry Wilson, in seguito, vicepresidente degli Stati Uniti durante la seconda presidenza di Ulysses S. Grant.

La White Star in origine era destinata essenzialmente al trasporto merci ma sul declinare dell’Ottocento mutò strategia commerciale. Sul finire di quel secolo mirabile, dominato dai grandi transatlantici che solcavano gli oceani portando migliaia di persone tra l’Europa e l’America, anche la White Star si convertì al servizio passeggeri, raccogliendo in tal senso una vera e propria sfida.

A lanciarla era stata la Cunard Line, compagnia inglese leader del settore e famosa per meravigliosi piroscafi, tra cui il Mauretania e il fratello gemello Lusitania, che i sommergibili tedeschi affondarono nel 1915, nel pieno della Prima guerra mondiale.

Fu così che in quell’ufficio la White Star appaltò all’Harland & Wolff la realizzazione di tre straordinarie navi, che avrebbero dovuto far impallidire ogni rivale: lOlimpic, il Gigantic e il Titanic.

Tre transatlantici che, già dai nomi altisonanti con la caratteristica desinenza “ic” tipica di tutte le imbarcazioni della compagnia (erano state già realizzate l’Atlantic, l’Adriatic e il Celtic), non avrebbero dovuto temere concorrenza alcuna.

Delle tre navi il posto di rilievo spettava senza dubbio al Titanic. Forte del suo nome che sapeva di mito, di leggenda, di divinità, il Titanic aveva numeri da record: 269 metri di lunghezza, per 53 d’altezza e con un peso complessivo di più di 46 mila tonnellate.

Misure colossali che, unite a una tecnologia all’avanguardia, facevano del Titanic la nave più grande di tutti i tempi. Una vera e propria città galleggiante che, con la sua incredibile potenza di 16 mila cavalli vapore, avrebbe attraversato i mari di tutto il mondo, unendo i continenti sulla bianca scia di un sogno.

Un sogno costellato di ambienti lussuosissimi, di arredi stupefacenti, di cabine decorate in modo superbo. Dotazioni straordinarie per una nave unica; coccole per i ricchi e famosi passeggeri, che, pur di assicurarsi quel primo, attesissimo viaggio inaugurale, spesero somme ingenti.

Ma quell’insopprimibile desiderio si infranse in una fredda notte d’aprile quando, sotto un manto di stelle, quel prodigio della tecnica affondò per sempre, portandosi nel fondo buio di gelide acque oltre 1500 persone.

Il Titanic era salpato dal porto di Southampton per quel suo primo e ultimo viaggio, il 10 aprile 1912, a mezzogiorno in punto, agli ordini del comandante Edward John Smith, al suo ultimo viaggio dopo quarantanni di carriera.

Scortato dallo sguardo di centinaia di persone letteralmente estasiate, quella colossale meraviglia prese maestosa il largo. Il fumo dei fumaioli annerì per qualche istante il cielo di Southampton, mentre il suono delle sirene fece librare in volo decine di garruli gabbiani. Il viaggio dei sogni aveva finalmente inizio. Lento e maestoso lasciò le acque del porto inglese, destinazione New York. Una partenza, però, funestata da un piccolo incidente.

Mentre il Titanic lasciava placido il molo inglese, un piccolo piroscafo, ormeggiato nella darsena, fu letteralmente sommerso dalla massa d’acqua che quel colosso aveva spostato. Gli ormeggi del minuto natante si spezzarono facendolo pericolosamente avvicinare al Titanic. Solo per un caso fortuito le due imbarcazioni, in una sorta di riproposizione navale dell’epico scontro fra Davide e Golia, non vennero a collisione.

Il Titanic non subì alcun danno e quel fatto fu accolto come un segno del destino. L’occhio benevolo di Poseidone si era dolcemente posato su quella creatura di ferro e fuoco, un episodio fortunato che obliava la mancata rottura della tradizionale bottiglia al momento del varo del Titanic.

Sulla grande nave il clima era sereno, il viaggio era assolutamente perfetto. Tutto sul Titanic era bello, persino i cani dei passeggeri che elegantemente salivano il grande scalone della prima classe al guinzaglio dei loro ingioiellati proprietari.

I giorni trascorrevano lieti fra lauti pasti, consumati nel ristorante in rigoroso stile Luigi XIV, eleganti balli e sonni sereni. Le notti poi, dai ponti del Titanic, erano spettacoli da guardare all’infinito, anche per i tanti passeggeri di terza classe, quelli che sognavano un avvenire migliore alla fine di quel viaggio.

L’AFFONDAMENTO DEL TITANIC: LA NOTTE MALEDETTA

Titanic. A sinistra il capitano Edward Smith

Titanic. A sinistra il capitano Edward Smith

Anche la notte del 14 aprile 1912, la quinta e l’ultima per il Titanic, fu un tripudio di stelle. Alle 23.40 di quel fatale giorno, che stava lentamente declinando, tutto cambiò e per sempre. Il destino di quell’immensa nave e quello di moltissimi dei suoi passeggeri si infranse contro uno dei tanti iceberg, vere e proprie colonne di ghiaccio che si innalzavano in quel tratto dell’oceano Atlantico, non lontano dall’isola di Terranova, di fronte alla costa orientale del Canada.

A nulla servì l’avvistamento di quei colossi. Men che meno le manovre per evitarli. L’impatto con uno di loro fu lieve, quasi impercettibile; i pochi passeggeri che si attardavano nella sala da pranzo, avvertirono solo una leggera scossa. Nulla di più. Qualche bicchiere tintinnò, alcuni lampadari ondeggiarono, ma nessuno poté presagire l’inferno che di lì a poco si sarebbe scatenato.

Una delle passeggere, la signora Appleton, avvertì un urto sommesso. Raccontò, in seguito, di aver udito un rumore simile a quello che avrebbe potuto provocare qualcuno intento a strappare una lunghissima striscia di cotone. La parte sommersa dell’iceberg che i marinai credevano di aver evitato, come un coltello nel burro, lacerò la fiancata del transatlantico. Fu l’inizio della fine. L’inaffondabile Titanic, mortalmente ferito, iniziò a imbarcare acqua ma a bordo per diverso tempo la calma fu assoluta.

Venticinque minuti dopo la mezzanotte furono calate le prime due scialuppe, nell’assoluta tranquillità, tanto che partirono quasi vuote. Il panico ancora non era scoppiato ma la morte stava inesorabilmente arrotando la sua mortifera lancia. Poche ore dopo il clima era tragicamente mutato.

Alle 2.18, di quel fatale 15 aprile, lo scafo del Titanic si spezzò. Il conto alla rovescia era drammaticamente cominciato. I passeggeri si svegliarono di soprassalto, strappati ai loro sonni sereni da urla agghiaccianti. In centinaia si riversarono sui ponti, che si trasformarono in formicai impazziti.

La paura non aveva più status. Ricchi e poveri, viaggiatori di prima, seconda e terza classe, tutti sullo stesso palcoscenico, ognuno con un copione mai provato da recitare. Il terrore, fino a poco prima assente, imperversò sulla nave. Grida di bambini, corse affannate, occhi che si cercavano fra decine di volti sconosciuti, mani che si intrecciavano, destini che si legavano per sempre.

Come bestie fameliche, i passeggeri si misero alla ricerca delle scialuppe, l’unica possibilità di salvezza in quella notte glaciale. Il freddo, intanto, intirizziva corpi terrorizzati da una paura che ghiacciava flebili speranze.

Alle 2.20, mentre telegrafi impazziti diffondevano richieste di aiuto in quasi tutte le lingue del mondo, il profilo del Titanic si inabissò per sempre. Si salvarono solo 710 persone.

TITANIC: IL “PROFETICO” LIBRO DI MORGAN ROBERTSON

Quattordici anni prima di quell’immane catastrofe, che chiuse per sempre un’epoca, Morgan Robertson immaginò una storia incredibile, una trama che sapeva di assurdo, di fantasia, di romanzo.

Correva l’anno 1898 quando la casa editrice M.F. Mansfield diede alle stampe Futility (Vanità). In quel libro si raccontava di come in una notte di aprile una grossa nave sulla quale viaggiavano persone ricche e famose, andasse a picco dopo essere venuta a collisione con un iceberg.

Ma le coincidenze fra la trama romanzesca e la drammatica realtà non finirono lì. Morgan Robertson nel suo “profetico” romanzo andò persino oltre. Descrisse una nave molto simile al Titanic. Come il colosso nato nei cantieri di Belfast, anche il transatlantico immaginato dallo scrittore americano era un due alberi a tripla elica.

Maestosi e inaffondabili, colarono entrambi a picco ad alcune centinaia di miglia da Terranova. E poi, a rendere tutto ancora più fatale, quelle due navi avevano un nome praticamente identico. Robertson battezzò la sua nave Titan.

Il Titanic avrebbe dovuto sfidare le “magnifiche sorti e progressive” e, invece, andò a picco come la più anonime delle barchette. Quel giorno le porte di un’epoca che sembrava splendida e fiorente, si serrarono per sempre. Poco più di due anni dopo a Sarajevo alcuni colpi di pistola innescarono l’orrore di una guerra che uccise dieci milioni di persone.

Con il Titanic affondò per sempre la speranza di un futuro di pace e prosperità. A tornare a galla fu solo e soltanto la stupidità umana.

“Videro questo: la luce a bordo lampeggiava. Lampeggiò una sola volta prima di spegnersi per sempre. La nave e l’oceano erano avvolti da un buio pesto. In quel momento videro il cielo illuminato di stelle. Era insolitamente limpido. Poi la nave affondò*”.

*dal romanzo di Erik Fosnes Hansen, Corale alla fine del viaggio.

 

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