La storia, si sa, la scrivono da sempre i vincitori, fin dai tempi di Romolo e Remo. Conosciamo il punto di vista di coloro che si sono imposti con la forza, con la violenza ma, quasi mai, quello di chi è stato sconfitto, il cui grido rimane soffocato nei silenzi inaccettabili della storia. Ma non sempre per fortuna è così. Un esempio è dato dal bel libro di Fabio Prata, Una schiavitù chiamata migrazione. Se ti prendono per fame prima o poi ti fanno ostaggio…” Edito da UniversItalia, questo testo è la dimostrazione che si può sentire la voce anche di chi a malapena ha fiato, di chi stenta a emergere in un mondo di presunti forti.

“SE TI PRENDONO PER FAME PRIMA O POI TI FANNO OSTAGGIO”

Fabio Prata con i Gang

Fabio Prata con i Gang

Fabio Prata, laureatosi a L’Aquila in Scienze delle investigazioni, in questo che non è un semplice saggio ma un racconto polifonico e innovativo, affronta il tema dell’immigrazione. Un argomento che oggi è di strettissima attualità, quasi non si potesse e dovesse parlare d’altro. Di immigrazione, più che di immigrati, si legge ogni giorno sui giornali, si parla nei principali talk show, si discute, spesso senza veri argomenti, sui social, ma sappiamo esattamente di cosa stiamo parlando? Fabio Prata lo sa e ne parla rifuggendo dai luoghi comuni, dai facili slogan, dalla dittatura del politically correct, dalla tirannia della brevitas che questa società, basata sulla disarmante semplificazione dei post, ci impone.

La sua analisi del fenomeno migratorio – che nasce con la condanna di Adamo ed Eva costretti “ad emigrare dall’Eden e a lavorare” – affonda nelle radici della storia, offrendo visuali che molto spesso ci hanno fatto ignorare. In fin dei conti, come lo stesso autore scrive, l’emigrazione e il lavoro sono fin dalla notte dei tempi due punizioni, due condanne, allora come ora. Il nostro paese, come buona parte del nostro pianeta, da sempre è stato caratterizzato da fenomeni migratori, spostamenti che avvenivano all’interno ma anche fuori dai confini nazionali. “Bene o male che sia, l’emigrazione è una necessità fisiologica del popolo italiano”. A pronunciare queste parole fu Benito Mussolini prima della svolta del 1926, quando cambiò rotta facendo di tutto per favorire l’incremento demografico.

DAL REGNO DELLE DUE SICILIE AL BURKINA FASO DI THOMAS SANKARA, UN LUNGO RACCONTO SULLA MIGRAZIONE

Fabio Prata, Una schiavitù chiamata migrazione

Fabio Prata, Una schiavitù chiamata migrazione

Leggere Una schiavitù chiamata migrazione è l’occasione per conoscere la versione degli altri, di coloro che sono emigrati per fame, anche di quei nostri connazionali, meridionali per la precisione, che all’indomani dell’Unità d’Italia sono stati “incarcerati senza sentenza, senza processo, come gli islamici a Guantanamo”, definiti briganti, sovversivi, terroristi da un nuovo potere, quello proveniente dal nord, che dovendo primeggiare, cancellava il passato annullando il presente e mistificando il futuro.

Un libro scomodo perché cerca risposte da cui inevitabilmente sorgono domande, evitando di fermarsi alla verità ufficiale, preconfezionata che, ad esempio, ha da sempre raccontato la realtà del Regno delle Due Sicilie, come quella di uno stato sull’orlo del fallimento, abitato da popoli, povero e arretrato. Ma non era proprio così. Lo stato meridionale era in molti settori un’eccellenza. Era il più industrializzato fra tutti quelli preunitari, il terzo in Europa dopo Inghilterra e Francia; era il paese dove veniva sperimentato, primo caso italiano, un sistema previdenziale, finanziato con una ritenuta del 2% sulle retribuzioni, con una marina mercantile talmente sviluppata da richiedere la promulgazione del primo codice marittimo europeo, con università di livello, tali da produrre schiere di professionisti in diversi campi quali la medicina, l’ingegneria, l’avvocatura, la filosofia.

Una schiavitù chiamata migrazione racconta anche l’utopia di Thomas Sankara che, divenuto nel 1983 presidente dell’Alto Volta (oggi Burkina Faso), promise a se stesso e al suo popolo di sollevare dalla miseria uno dei paesi più poveri al mondo seguendo una semplice regola: “Un villaggio un bosco, un villaggio un ambulatorio, un villaggio una scuola”. Principi che sembravano scontati ma che, in un paese devastato da secoli di brutale colonialismo, apparivano un miraggio ma non per Sankara. Dopo aver cambiato il nome dello stato in Burkina Faso (paese degli uomini integri), il neo presidente iniziò una rivoluzione mettendo al centro il popolo, forte del principio l’Africa agli africani, dopo decenni di razzie europee.

Un’utopia fatta di costruzioni di ospedali, strade, fabbriche, “miracoli” finanziati anche con la fine delle ruberie, degli sprechi, degli inaccettabili privilegi garantiti ai pochi. I bambini furono vaccinati, la mortalità infantile, così come l’analfabetismo, si ridusse drasticamente. Venne promosso l’uso del profilattico per contrastare la piaga dell’Aids, vietata la pratica dell’infibulazione, favorito il ruolo della donna in una società totalmente maschilista. In quattro anni la povertà fu dimezzata e il paese africano, che nei sogni di Sankara poteva e doveva porsi alla testa di un movimento di rivoluzione panafricano, passò dal 143° al 78° posto nella classifica dell’indice di sviluppo umano.

Ma era troppo per i poteri forti, per coloro che volevano che nulla cambiasse, per coloro che erano atterriti dalla forza delle idee e dalla potenza dei fatti. Il 15 ottobre 1987, Thomas Sankara, presidente del Burkina Faso, fu ucciso in circostanze mai del tutto chiarite insieme a suoi dodici collaboratori. Così quella che poteva diventare una straordinaria realtà rimase una nostalgica utopia.

Una schiavitù chiamata migrazione racconta le mille storie di migrazioni che sono uguali a tutte le latitudini, cercando di ricercare le reali motivazioni che spingono uomini e donne, presi per fame e fatti dunque ostaggio, a lasciare tutto e affrontare il precipizio dell’emigrazione che, piaccia o no, è una forma di prigionia, forse la peggiore, la più infame, la più nascosta. Tra narrazione e inchiesta, il libro è un viaggio che racconta l’epopea di 14 milioni di italiani che abbandonarono il nostro paese e che prosegue sulle stesse rotte, sulle stesse coste, alla ricerca dei reali motivi che, ieri come oggi, portano ad emigrare.

Un cammino di uomini, donne e bambini, di lavoro, di multinazionali e sfruttamento. Un percorso la cui rotta è scandita dalla musica dei Gang, dei Musicisti Basso Lazio, dei Modena City Ramblers, dei Nomadi ma anche dai testi teatrali del bravissimo Roberto D’Alessandro.

Una schiavitù chiamata migrazione è un sapiente mix, un’occasione per andare oltre gli stereotipi, le chiacchiere da bar, gli slogan urlati della politica, il falso perbenismo che si conclude con un semplice post, per capire cosa ci sia davvero dietro gente che rischia di morire cercando di solo di sopravvivere. Perché in genere non si emigra, non si lascia la propria terra e ciò che si ama per diletto ma per disperazione, perché rimane solo il coraggio di osare, di scappare, di vedere se oltre il baratro ci possa ancora essere un barlume di possibilità. E se tutto questo non fosse sufficiente per convincervi a leggere Una schiavitù chiamata migrazione allora vi basti la dedica di Fabio a suo figlio, il più bell’augurio che un padre possa fare: “A mio figlio, che cresca libero e abbia fame di vita”.