Fa caldo quell’8 maggio 1889 quando Vincent Van Gogh, dopo l’ennesima crisi, entra volontariamente nel manicomio di Saint-Paul-de-Mausole, un antico monastero nei pressi del paese di Sant-Remy trasformato in ospedale psichiatrico. Poco prima di varcare le porte del manicomio, dove rimase per un anno, Van Gogh aveva scritto una semplice frase: “desidero di rimanere rinchiuso tanto per la mia serenità quanto per quella degli altri”. Una decisione ferma che il pittore aveva preso al culmine di una delle sue peggiori crisi.

VAN GOGH, QUELL’ORECCHIO TAGLIATO E IL RICOVERO IN MANICOMIO

Dopo una lite con l’amico e collega Gauguin, che aveva deciso di lasciare la famosa Casa gialla ad Arles, dove i due vivevano e lavoravano da alcuni mesi, Van Gogh in un impeto di rabbia si era tagliato il lobo di un orecchio che poi aveva incartato in un foglio di giornale e consegnato a una esterrefatta prostituta con l’incarico di consegnarlo allo stesso Gauguin.

Ad Arles non poteva più rimanere e per questo Van Gogh decide di farsi ricoverare. Nella struttura sanitaria di Saint-Paul-de-Mausole il pittore trova altri 18 pazienti. Alcuni di loro lo colpiscono, come nel caso del giovane Jean Revello, un ex prete di soli vent’anni. O Henry, quello che «distruggeva mobili e vasellame» come racconta in una lettera al fratello Theo.

Il manicomio di Saint-Paul-de-Mausole non è certo un posto ideale, ma neppure un inferno, nonostante non sia raro udire «grida e terribili ululati, come quelli di animali in un serraglio». Dopo i primi giorni Van Gogh si cala in quell’atmosfera che comunque preferisce ad Arles e inizia, autorizzato dallo staff medico, anche a dipingere. Saranno molti i quadri realizzati fra cui il bellissimo Davanti al manicomio di Saint-Remy.

Il 16 maggio 1890, ad un anno esatto dal suo volontario accesso, Van Gogh lascia la struttura psichiatrica. Per il dottor Peyron è guarito, il peggio sembra davvero alle spalle. Van Gogh, lasciato il manicomio Sant-Remy, parte alla volta di Parigi, per andare a trovare il fratello Theo e per conoscere l’ultimo arrivato in casa Van Gogh: il nipotino che come lui si chiama Vincent. Al momento della scelta del nome, il pittore si era mostrato contrario. Temeva di trasferire al quel pargolo insieme al suo nome anche il suo male di vivere.

Ma ora sembra tutto cambiato. Van Gogh pare rinato, non mostra alcun segno della depressione che lo aveva convinto, un anno prima, a farsi ricoverare. La cognata di Van Gogh, Johanna Bonger, per tutti Jo, che sarà fondamentale nella fortuna postuma del pittore, rimane positivamente colpita. Si aspettava di incontrare un uomo dimesso, abbattuto, depresso e invece si trova davanti una persona in buona salute, sorridente, piena di energia che non smette di sorridere al nipotino.

Vincent van Gogh, "Autoritratto" (1889) e "Ritratto del dottor Gachet"(1890)

Vincent van Gogh, “Autoritratto” (1889) e “Ritratto del dottor Gachet”(1890)

L’INCONTRO CON IL DOTTOR GACHET E LE LETTERE AL FRATELLO THEO

La malattia, almeno in quei tre giorni parigini, sembra superata, un lontano ricordo. A Parigi Theo propone al fratello di andare a vivere ad Auvers-sur-Oise, dove, oltretutto, vive il dottor Gachet, un medico con la passione per l’arte, che conosce pittori del calibro di Corot, Daubigny, Cezanne e Pissarro. È stato proprio quest’ultimo a suggerire a Theo di affidare il fratello alle cure del dottor Gachet. A suo avviso quel medico, che fa la spola fra Parigi e Auvers, potrebbe aiutare Vincent a riprendersi del tutto.

Per questo Theo aveva deciso di incontrare il dottore nel suo studio parigino, parlandogli del fratello, della malattia e del recente ricovero presso l’ospedale psichiatrico di Saint-Paul-de-Mausole. Gachet sembra oltremodo interessato, ascolta Theo rassicurandolo sul fatto che il fratello guarirà. A suo avviso la tranquillità della campagna, il buon clima, l’ottimo cibo saranno le medicine migliori per il pittore olandese.

Theo ne parla con Vincent e questi sembra entusiasta dell’idea anche perché il pittore è fermamente convinto di aver «contratto una malattia tipica del sud» ma, al tempo stesso, è certo che il trasferimento ad Auvers, che si trova a nord, «farà passare tutto».

Ma di cosa realmente soffre il pittore olandese? Probabilmente non di epilessia, come si credeva all’epoca. Nel 1922 lo psichiatra tedesco Karl Jaspers a proposito scriverà: «Trovo infondata la diagnosi di epilessia formulata dai medici di Van Gogh, perché mancano gli attacchi epilettici e la demenza caratteristica di questa malattia. Può trattarsi unicamente di schizofrenia o di paralisi generale;  quest’ultima non si può escludere con certezza, perché l’occasione di un’infezione sifilitica si deve essere presentata spesso nella vita di Van Gogh».

Vincent van Gogh, "Autoritratto con orecchio bendato"(1889) e "La camera di Vincent ad Arles" (1888)

Vincent van Gogh, “Autoritratto con orecchio bendato” (1889) e “La camera di Vincent ad Arles” (1888)

Van Gogh giunge a Auvers-sur-Oise il 20 maggio 1890 e va ad alloggiare presso la locanda Ravaoux; qui, per pochi soldi affitta una minuscola mansarda dove entrano a malapena un letto e un tavolino. Pochi giorni dopo il suo arrivo ad Auvers Vincent, scrive al fratello una lettera con la quale lo mette al corrente della sua vita, dei quadri che sta dipingendo e principalmente del dottor Gachet. «Mi sembra una persona molto sensata, ma è tanto scoraggiato dal suo mestiere di campagna quanto io dalla pittura».

Van Gogh apprezza quel malinconico dottore, convinto che a breve potranno diventare due veri amici. Quel soggiorno gli piace, anche se avverte la mancanza dei suoi cari e specialmente del piccolo Vincent che vorrebbe «fosse abbastanza grande per venirsene in campagna» perché a suo avviso allevare i bambini lontano dalla città è la scelta migliore.

Il 4 giugno Vincent scrive ancora al fratello. Lo ringrazia per i soldi ricevuti e torna a parlare del dottor Gachet. «Mi sembra malato e sfinito come te e me, è più anziano e ha perduto anni fa sua moglie, ma è un grande dottore e il suo mestiere e la sua fede lo sostengono».

Quel dottore gli piace e presto fra i due si  instaura un rapporto di fiducia e condivisione: parlano molto, specie di arte e naturalmente di dipinti, lo omaggia di due quadri.  Si tratta di due studi che ha realizzato in poco tempo espressamente per Gachet: uno raffigura «una pianta di alce con dei fioranci e dei cipressi», l’altro «delle rose bianche in un vigneto, e in mezzo una figura bianca».

Ma a quel medico che apprezza e che sente più vicino di tante altre persone, Van Gogh vorrebbe dipingere qualcosa di più importante di due semplici studi. Pensa nello specifico a dei ritratti, magari dello stesso dottore e di sua figlia che ha diciannove anni e ritiene potrebbe diventare una buona amica per sua cognata Jo.

Van Gogh si trova a suo agio in quel lembo di campagna francese. Gli piacciono i panorami, il giallo del grano e l’azzurro del cielo che da sempre sono i suoi colori, la cordialità degli abitanti e anche la piccola mansarda della locanda dei Ravoux.

Domenica 8 giugno, poi, arriva un’inaspettata sorpresa. Da Parigi sono arrivati Theo e la sua famiglia. Vincent, ora che può riabbracciare tutti, è davvero felice, specie per il tempo che potrà trascorrere con il suo amato nipotino, per la cui nascita aveva dipinto uno stupendo ramo di mandorlo fiorito, suo personale augurio a una nuova vita che si affacciava al mondo.

Vincent van Gogh, "Iris" (1889) e "Strada con cipresso e stella" (1890)

Vincent van Gogh, “Iris” (1889) e “Strada con cipresso e stella” (1890)

Il 21 giugno Vincent è invitato dal dottor Gachet a colazione. C’è da festeggiare il duplice compleanno dei due figli del medico e il pittore olandese è lieto per quella ricorrenza, per il fatto che venga trattato come uno di casa. Qualche giorno dopo scrive una lettera al fratello descrivendo il suo nuovo quadro. «Ieri e avant’ieri ho dipinto il ritratto della signorina Gachet che spero vedrai presto. Il vestito è rosa, la parete di fondo verde con una punta d’arancione, il tappeto rosso con una punta di verde, il pianoforte viola scuro; fa un metro di altezza e cinquanta centimetri di larghezza. È una figura che ho dipinto con piacere, ma è difficile. Gachet mi ha promesso di farmela posare ancora una volta con un piccolo organo. Farò una copia anche per te».

Un’esistenza che appare serena, scandita da lunghe camminate e tante tele da dipingere imitando con il colore dell’anima, il mondo che lo circonda, tutto marginato dai contorni di quella porzione di paradiso.

Ma non è tutto oro quello che luccica. Il pensiero della sua malattia, il timore che possa nuovamente insorgere non abbandonano Van Gogh, tanto che scrive al fratello Theo di avere pazienza qualora il male dovesse ritornare. Una nuvola nera che copre un cielo azzurro ma che passa rapida.

Ad Auvers Van Gogh sembra diverso, più forte, tanto che torna presto a scrivere parole di speranza: «amo ancora l’arte e la vita». Per questo continua a dipingere e tanto. Il 14 luglio, festa nazionale in Francia, dipinge Il municipio di Auvers, mentre pochi giorni prima aveva terminato Campo di grano con corvi.

Nulla, o quasi, dunque, lascia presagire il peggio che di lì a poco metterà fine all’esistenza di Vincent Van Gogh. L’unico motivo di tristezza per Vincent è legato alla decisione di Theo e della moglie di andare per le prossime vacanze estive in Olanda e non ad Auvers.

GLI ULTIMI GIORNI DI VITA E LA MISTERIOSA MORTE DI VAN GOGH

Domenica 27 luglio 1890. Van Gogh scrive un’ultima lettera mai spedita al fratello Theo e che verrà ritrovata il giorno della morte, avvenuta il 29 luglio, dopo due giorni di agonia. È una lettera decisamente singolare, in controtendenza con lo stile di solito argentino dell’artista. Van Gogh, dopo aver condiviso le perplessità di Theo e sua moglie sull’opportunità di far crescere il nipote in un appartamento al quarto piano, «è una grossa schiavitù sia per te che per Jo», chiarisce che «prima che ci sia la possibilità di chiacchierare di affari a mente più serena passerà molto tempo».

Una nuova crisi? Difficile dirlo. Di certo il finale della stessa lettera acuisce i dubbi. «Ebbene, nel mio lavoro ci rischio la vita e la mia ragione vi si è consumata per metà». Quella maledetta domenica Van Gogh intorno a mezzogiorno, nonostante faccia molto caldo, esce come fa tutti i giorni, per andare a dipingere all’aperto.

Cosa accade nelle ore successive rimane ancora un mistero. Di sicuro la sera rincasa alla locanda. Adeline, la figlia del proprietario, anni dopo racconterà: «Stavamo prendendo il fresco sulla porta, finalmente, lo abbiamo visto passare in silenzio, come un’ombra. Ha attraversato la sala a grandi passi ed è salito nella sua stanza. Era già buio, tanto che mia madre fu l’unica ad accorgersi che si stringeva il fianco come uno che soffre».

Poco dopo il signor Ravaoux sale da Van Gogh e fa l’amara scoperta. Il pittore mostra al locandiere la ferita, aggiungendo parole sibilline. «Questa volta, spero di aver colpito giusto». Una strana considerazione visto che si trattava del primo tentativo di suicidio per il pittore. La situazione, comunque, è grave, serve un medico. I Ravaoux sulle prime cercano il dottor Mazery ma questi non è in paese. «Fu allora – come affermerà sempre Adeline – che pensammo al dottor Gachet anche se non era mai venuto in locanda da noi».

La visita del medico amico dei pittori al capezzale del moribondo Van Gogh, rimane il mistero più grande fra tutti quelli che caratterizzano le ultime ore di vita dell’artista.

Gachet di fatto non fa nulla. Si limita a fasciare la ferita. Certamente estrarre il proiettile, specie per uno che non era un chirurgo, è impensabile, ma portarlo al vicino ospedale di Pontoise sarebbe una decisione sensata, scontata, e invece non viene presa in considerazione neppure dal dottor Mazery successivamente accorso.

Van Gogh rimane nel suo letto e trascorre la notte fumando la pipa. La mattina del lunedì arriva il fratello Theo, nel frattempo contattato da Gachet. L’agonia di Vincent insensatamente prosegue senza che nessuno faccia nulla.

La mattina del 29 luglio 1890 Vincent Van Gogh spira. Ultimamente il bellissimo Loving Vincent, il primo film interamente dipinto su tela, ha poeticamente riacceso la luce sulla misteriosa morte del genio olandese, troppo presto archiviata come suicidio.

Il capolavoro creato dallo studio Breakthru, che ha coinvolto 40 artisti per comporre una pellicola unica nel suo genere, come prima aveva fatto il critico d’arte Pierre Cabanne con il suo Chi ha ucciso Vicent van Gogh, avanza alcune inevitabili domande, rileggendo in chiave poliziesca le ultime ore del pittore olandese.

Cosa accade esattamente quella calda domenica di fine luglio? Perché nessuno, nonostante il paese sia piccolo e silenzioso, specie a quell’ora, sente lo sparo? Che fine ha fatto la pistola con cui Van Gogh si sarebbe sparato e che non verrà mai ritrovata? Ma la domanda delle domande, perché il dottor Gachet, che pure, stando alle lettere di Van Gogh era una persona amica, non fa nulla per tentare di salvare la vita del pittore? Domande che rimangono mute al contrario delle sue tele che ancora oggi, a distanza di più di un secolo, raccontano storie meravigliose, piene di luci, di vita.

 

Leggi anche:
Volevo essere soltanto una donna. La vera storia di Lili Elbe
Giorgio de Chirico, il padre della pittura metafisica