“Io venia pien d’angoscia a rimirarti”, il libro di Michele Mari

Michele Mari, copertina del libro

Io venia pien d’angoscia a rimirarti, non è solo uno splendido verso di una delle poesie più celebri di Giacomo Leopardi, ma è anche il titolo di un bellissimo e singolare romanzo di Michele Mari.

Recanati, febbraio 1813, palazzo Leopardi. Orazio Carlo, secondogenito di Monaldo Leopardi, da alcuni giorni ha cominciato a tenere un diario sul quale riporta prevalentemente e in modo minuzioso i comportamenti, alcuni decisamente non consueti, dell’amato fratello Giacomo, che lui affettuosamente preferisce chiamare Tardegardo.

Giacomo Leopardi. Alla luna

Giacomo Leopardi. Alla luna

Scritto con un linguaggio volutamente arcaicizzante ma godibilissimo “a cavallo tra lo stile delle Operette Morali di Leopardi e i giochi linguistici di Tommaso Landolfi” come sostiene lo scrittore Gesualdo Bufalino, Io venia pien d’angoscia a rimirarti è un libro certo di invenzione, il secondo romanzo di Michele Mari dopo Di Bestia in bestia, ma è innanzitutto un viaggio nel mondo unico di Giacomo Leopardi, nella sua poesia, nella sua sconfinata ma mai pedante cultura, nel suo amore per la luna ma anche un viaggio dentro la sua vita familiare, fra l’erudito Monaldo, la bigotta Adelaide, la madre di Giacomo, l’amato Carlo e la piccola Paolina. Una carrellata di personaggi noti e meno, che si muovono sullo sfondo del piccolo borgo marchigiano che soffocò a tal punto il giovane Giacomo da costringerlo alla fuga, a superare quella siepe che da tanta parte dell’ultimo orizzonte il sguardo esclude.

Io venia pien d’angoscia a rimirarti è un libro che al momento della pubblicazione fu subito e giustamente un caso letterario, sia per il tema narrato ma anche e soprattutto per la scelta linguistica, frutto di un’accurata ricerca condotta da Michele Mari. Una lingua che, se forse sulle prime lascia il lettore un minimo perplesso, immediatamente dopo lo proietta in un universo tutto da esplorare, dove, dopo poche pagine, si muoverà totalmente a suo agio.

Perché proprio la lingua è al netto del racconto stesso, la vera cifra aggiuntiva di questo piccolo capolavoro che entra a tutti gli effetti e con pieno merito fra i classici della letteratura italiana, tributando un’ode a un genio, perché definire Leopardi semplicemente un poeta è sinceramente del tutto riduttivo.

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