Il primo lancio di agenzia che annuncia agli italiani un fatto di cronaca che, di lì a poco, li terrà per giorni letteralmente incollati ai televisori, arriva in piena notte, alle 2.02 del 11 giugno 1981. Il comunicato dell’Ansa recita: «Un bambino di sei anni, Alfredo Rampi, è precipitato in un pozzo artesiano in disuso profondo oltre cinquanta metri nelle campagne di Vermicino, sui Castelli Romani». Vermicino è un nome sconosciuto, «un luogo che per gli italiani non esiste» come scrive Massimo Gamba nel suo bellissimo Vermicino. L’Italia nel pozzo. Una terra di mezzo, poche case schiacciate fra Roma e Frascati, impreziosite dalla bella fontana disegnata da Luigi Vanvitelli, l’architetto della maestosa Reggia di Caserta, nel 1731, su volere di papa Clemente XII. Un posto qualunque, uno dei tanti che disseminano la campagna romana che il dramma di un ragazzino di sei anni, renderà purtroppo celebre per sempre.

ALFREDINO RAMPI, L’ITALIA NEL POZZO

Tutto ha inizio intorno alle 19 del 10 giugno, quando il piccolo Alfredo, non si saprà mai esattamente come, cade in un pozzo artesiano. Inizialmente gli organi di stampa riportarono la notizia di un pozzo in disuso, in realtà si accerterà che era stato aperto da poco, in un’area di cantiere, in uno dei tanti campi spazzati dal vento e che marginano da una parte la via Casilina e dall’altra la Tuscolana. A trovare le assi spostate, quelle che in teoria avrebbero dovuto chiudere il pozzo, è Luca Pisegna, il figlio del proprietario del terreno. Non potendo minimamente immaginare che lì dentro si trovi un bambino, Luca risistema il tutto e prende la strada di casa. Mezz’ora dopo inizia il calvario della famiglia Rampi e della piccola comunità di Vermicino. Papà Ferdinando, dipendente della Acea, l’azienda capitolina che fornisce l’acqua ai romani, quando rientra a casa e non trova suo figlio, lancia l’allarme. Lo ha lasciato poco prima nei campi, vicino casa, lo ha autorizzato a rientrare qualche minuto dopo, tanto c’è ancora luce e la cena non è pronta, ma a casa Alfredo non è mai arrivato.

Ferdinando, con la moglie Franca, esce subito alla ricerca del figlio. Ai genitori, ben presto, si uniscono alcuni vicini. In quel posto tutti si conoscono e tutti, principalmente, conoscono Alfredino Rampi, un bimbo più maturo della sua piccola età, affetto da una grave cardiopatia che, però, non gli impedisce di essere un ragazzino come gli altri. Il gruppo di persone perlustra l’area intorno alla casa. Papà Ferdinando, su consiglio di nonna Veia, controlla anche il pozzo incriminato e dopo aver alzato la lamiera, illumina con una torcia elettrica il fondo del pozzo: «C’erano dei pezzi di legno spaccati a circa tre metri di profondità che ostruivano il pozzo. Così ho pensato che tra copertura e quei pezzi messi in quel modo Alfredino non poteva essere caduto lì dentro.» (1)

Nel frattempo scende la notte e con lei arriva una lieve brezza che stempera l’insopportabile calura di quel torrido anticipo d’estate. Arriva una pattuglia della polizia chiamata da mamma Franca. Il brigadiere Giorgio Serranti perlustra l’area già battuta, non si dà pace, non è possibile che quel bambino si sia volatilizzato. Giunge davanti al famigerato pozzo e nonostante gli dicano che è stato già controllato, rialza la lamiera, illumina l’interno e sente una voce. E’ quella di Alfredino. Il piccolo è lì dentro e chiama ripetutamente mamma. E’ passata da poco la mezzanotte e inizia un altro dramma, quello dei soccorsi.

Intanto la notizia corre veloce, a diffonderla sono le radio, alcune tv private e poi i giornali. L’alba arriva calda a rischiarare quella piccola porzione di mondo, dove un bambino lotta con la morte e dove si annaspa nel tentativo di salvarlo. Il pozzo, infatti, è particolarmente stretto e dall’andamento irregolare, come appurano i vigili del fuoco giunti sul posto, che iniziano a parlare con il bimbo, chiedendogli di non addormentarsi, perché in tal caso sarebbe tutto ancora più difficile.

Altra difficoltà è data dal fatto che Alfredino è parecchi metri sotto, chi dice trenta, chi, addirittura, sessanta. Per questo liberarlo appare subito molto complicato, tanto che già in piena notte inizia il tamtam per trovare una gru per tirare fuori il bimbo. All’ora di pranzo la notizia di Alfredino Rampi irrompe, con tanto di immagini, nelle sale da pranzo degli italiani. Il conduttore del Tg2, Maurizio Vallone, lancia il servizio che mostra le immagini della trivella che scava, di papà Ferdinando che parla con un megafono e di decine di volti sconosciuti che affollano l’area del pozzo.

Monica ha quindici anni e come tanti suoi coetanei ha solo il desiderio che la scuola finisca quanto prima, per rincorrere l’estate, per unire le stelle nelle notti passate a testa in su in riva al mare. L’11 giugno torna a casa come sempre, ha una fame spaventosa, avrebbe voluto fermarsi al forno vicino scuola, ma ha desistito. Oggi l’aspetta la pasta al forno, la sua pietanza preferita. Monica apre casa, lancia il suo solito saluto graffiato, lascia lo zaino all’ingresso e va dritta in sala da pranzo. Mamma, nonna e nonno sono seduti sulle sedie, catturati dalla tv. Sulle prime non capisce la reazione dei suoi, poi, a tavola, conosce la storia di Alfredino Rampi e come milioni di italiani inizia soltanto a sperare.

Nel frattempo continuano i tentativi per strappare il bimbo da quel maledetto buco. Ma è tutto inutile anche per colpa di una maledetta tavoletta. Nelle immediatezza dei primi soccorsi, nel caos generale, si decide di calare nel pozzo un pezzo di legno, largo trenta centimetri e ancorato ai lati da due corde. L’idea è che Alfredino possa aggrapparsi a quella tavoletta, magari anche sedersi, ed essere issato in superficie. Ma le cose non vanno come ipotizzato. La tavoletta, mentre viene fatta scendere nel pozzo, improvvisamente si blocca. I soccorritori provano a disincastrarla, ma nulla. Quella tavoletta rimane incastrata nelle strette pareti del cunicolo, frapposta fra Alfredino e l’uscita, fra il dramma e la libertà.

Quello di calare quel pezzo di legno sarà uno degli errori più gravi commessi, figlio, però, della concitazione del momento, della voglia di salvare il più presto il bimbo. Quella tavoletta, che si blocca perfida sopra la testa di Alfredino, costringerà i soccorritori ad altre soluzioni. Dalla mattina presto fino alla sera dell’11 giugno, si sommano i tentativi per salvare Alfredino, ma tutti falliscono. Non ce la fa neppure un gruppo di speleologi giunti al lambire dell’alba. Uno di loro, Tullio Bernabei, viene calato nel cunicolo ma poco dopo avvisa quelli che stanno sopra a ritiralo su. Vede la tavoletta, è lì a pochi metri, ma si rende anche conto che è impossibile raggiungerla, la larghezza del pozzo, almeno per lui, è troppo stretta.

Vermicino, il vigile del fuoco Nando Broglio

Il vigile del fuoco Nando Broglio

Si decide, allora, di scavare un pozzo parallelo a quello in cui si trova Alfredino. Non è un’operazione semplice, sia perché non si sa esattamente a che profondità si trovi il bambino, sia perché ricavare un tunnel in prossimità del pozzo maledetto, potrebbe essere rischioso. Le vibrazioni, oltre che spaventare Alfredino, potrebbero determinare un suo ulteriore scivolamento. Sta di fatto che intorno alle 9 si inizia a scavare e lo si farà per diverse ore. Mamma Franca nel pomeriggio tenta di rassicurare il figlio, da quasi ventiquattrore in quel pozzo, ripetendogli che stanno per tirarlo fuori, che manca poco. Alfredino chiede quanto manchi e lei gli dice un quarto d’ora, non di più. Lui disperato, le risponde che è troppo!

Sul far della sera, mentre il buio scaccia un sole accecante distendendo il suo velo scuro, neanche il Grande Mazinga può fare qualcosa. A parlare ad Alfredino in quelle ore, è Nando Broglio, un vigile del fuoco, padre di quattro figli, che in quella notte incipiente “adotta” quel piccolo, e inizia a parlargli senza fine. Per tranquillizzare Alfredino, spaventato dal rumore della trivella che inutilmente mangia ancora terra, gli dice che è arrivato il Grande Mazinga e che, fra poco, lo salverà. Ma neppure gli eroi animati riescono nel miracolo. Alfredino è ancora lì, nonostante tutto e tutti. Il sole saluta un nuovo giorno, quello del 12 giugno, e scotta visi stanchi e tirati dalla disperazione.

Monica esce di casa per andare a scuola, è inquieta e sa perché. In classe non si parla d’altro. All’intervallo il pacioso bidello Luigi è tempestato di domande. Lui e la sua radiolina azzurra sono la fonte privilegiata per sapere qualcosa sulla sorte del piccolo Alfredo, ma Luigi non ha novità. Il bimbo è ancora nel pozzo e sembra impossibile tirarlo fuori di lì. Mentre Monica ascolta annoiata una delle ultime lezioni di un anno scolastico che stira le sue ultime, lasche ore, a Vermicino si torna a sperare. La trivella finalmente fende il terreno con facilità. La possibilità di scavare in fretta un pozzo alternativo, che permetta di arrivare ad Alfredino, ora sembra reale. Ma è una speranza che vola via come un soffione di primavera. Alle 10.30 la punta metallica trova nuovamente un ostacolo imprevisto e durissimo. Quell’ennesimo fallimento porta i soccorritori a cambiare strategia.

Ancora una volta sembra si debba ripartire daccapo e il tempo è sempre più un nemico spietato da anticipare. «La perforazione del terreno si interrompe qui. Ora i pompieri scenderanno nel pozzo parallelo e inizieranno a scavare dal punto in cui si è arrivati, da quota trentadue metri, il tunnel di collegamento con il pozzo artesiano.» (2)
Il comandante dei vigili del fuoco, Elveno Pastorelli, ha deciso, dopo un breve consulto a cui partecipa anche mamma Franca, di provare a recuperare Alfredino Rampi dall’alto e non come inizialmente progettato dal basso. Il bimbo è pochi metri più sotto rispetto al tunnel parallelo. Si tratta di un’operazione rischiosa ma non si può fare altro. Si inizia a scavare, per lo più a mani nude, il rischio di provocare delle frane nel pozzo accanto è enorme e, in tal caso, gli effetti sarebbero catastrofici. I vigili che si alternano nel pozzo chiedono al bimbo di urlare il più possibile in modo da orientarsi nella direzione dello scavo. Alfredino grida con tutta la forza che ha, chiama Mario, uno degli eroi che scava graffiando la terra per salvarlo. Non manca molto, lo strato di terra che divide i due pozzi è meno di cinquanta centimetri. Sembra poco e, invece non lo è.

IL DRAMMA DI VERMICINO, L’ARRIVO DI PERTINI

Sandro Pertini a Vermicino

Sandro Pertini a Vermicino

L’iniziale entusiasmo che serpeggia fra i soccorritori intorno alle tredici, con il passare dei minuti inizia a scemare. Intorno alle 16.30 arriva, senza preavviso, il Presidente della Repubblica, Sandro Pertini. Parla pochi istanti con Alfredino e, al giornalista Maurizio Beretta, che vorrebbe strappare in rigorosa diretta una dichiarazione, risponde piccato, dicendo che non gli interessa la televisione, ma solo aver sentito la voce di un ragazzo «che ha un coraggio eccezionale».

Monica, come milioni di altri italiani, è incollata davanti alla tv. Piange, si abbatte e poi, intorno alle 18, torna a sperare. Il giornalista riferisce che il sottile diaframma, che divide i soccorritori dal tunnel dove si trova Alfredino, è finalmente stato abbattuto. Ora si tratterà solo di calarsi e afferrare il piccolo. Facile a dirsi, drammatico a farsi. Inizierà l’ultima fase dei soccorsi, quella più terribile, più disperata, quella purtroppo più inutile.

VERMICINO, I TENTATIVI VANI DEI SOCCORRITORI

Il primo a calarsi è Claudio Aprile ma lo speleologo deve quasi subito rinunciare. L’apertura è troppo stretta e lui, per quanto si sforzi, non riesce proprio a passare. La delusione è di nuovo il sentimento più diffuso fra le decine di persone a Vermicino e i milioni di italiani che sperano davanti alla tv. Inoltre, un’altra brutta notizia affiora. Alfredino si trova molto più in basso di quanto ipotizzato. A scoprirlo, poco prima, è ancora lo speleologo Tullio Bernabei, che ha potuto verificare, calando una torcia legata a una cimetta, che il bambino si trova a oltre 60 metri di profondità, ben il doppio rispetto alla precedente posizione. Come sia successo non si sa. Sta di fatto che ora il salvataggio diventa ancora più difficile ma bisogna provarci, costi quel che costi.

A calarsi allora è Angelo Licheri. Piccolo di statura, molto magro e principalmente determinato, Angelo sembra l’unico che possa davvero farcela. Si fa imbracare e poi calare nel pozzo. È passata da poco la mezzanotte, è il tredici giugno e sono iniziate le ultime ore di Alfredino.
Angelo è uno dei milioni di italiani ipnotizzati davanti alla tv. Anche lui spera, anche lui soffre e nel pomeriggio del 12 giugno. Mentre l’afa lo sferza, decide di far qualcosa, convinto che quel suo fisico minuto stavolta possa essere davvero un motivo di vanto, possa essere finalmente utile a qualcuno. Dà un bacio alla figlia e saluta la moglie Orazia, dicendole solamente che va a comprare le sigarette e che tornerà per cena. Non sarà così, Orazia lo vedrà alcune ore dopo entrare nel pozzo, il suo Angelo è lì a Vermicino e tenta di salvare la vita a un bambino che neppure conosce. Licheri a testa in giù entra in quell’inferno di terra e fango. Lì dentro a malapena si respira, ma è deciso ad andare avanti. Chiama Alfredino più volte, tranquillizzandolo che lo porterà fuori di lì e andranno a prendersi un bel gelato. Licheri per ben tre volte prova a legare il bambino ma invano. Tenta di imbracarlo, ma continua a scivolare dalle mani. Prova a prenderlo per un polso, ma niente.

Dopo 45 minuti, ben oltre il limite consentito, considerando che la soglia di sicurezza si attesta sui 25 minuti, il piccolo sardo, originario di Gavoi, uno dei veri eroi di Vermicino, si arrende. Devastato dalla fatica e dal fallimento, Licheri esce dal pozzo, sanguinante, infangato, sconfitto dalla vita.

Dopo Angelo si fanno avanti altri. L’ultimo a provarci è lo speleologo Donato Caruso. Anch’egli raggiunge Alfredino e poco dopo grida «l’ho preso, respira, adesso lo lego.» Ma è un’effimera speranza. Poco dopo Caruso sommesso annuncia: «Non lo sento più respirare, le manette sono scivolate via, mi è scappato.» È l’alba quando l’ultima, flebile speranza vola via insieme ad Alfredino.

Monica si alza dalla sedia e va verso il grosso televisore. Lo spegne e in silenzio guarda nonno Orlando. Sono lì ininterrottamente dalle 18 del giorno prima. Lei appena seduta sul divano, suo nonno, invece, con indosso la sua immancabile canottiera, la divisa di infinite estati, è seduto a cavallo della sedia, con i gomiti appoggiati sulla spalliera. Orlando freme, spera, si agita e impreca mille volte nel corso di quell’interminabile diretta. A tratti tiene il viso fra le mani, poi, in certi momenti, lascia cadere le braccia lungo il corpo, in segno di resa ma, appena la speranza si riaccende, d’istinto abbraccia la spalliera, come un naufrago farebbe con un pezzo di legno in mezzo alla tempesta.

In quel lembo d’alba nonno Orlando non è furioso come il suo omonimo nel poeta dell’Ariosto. È semplicemente vinto. Vorrebbe dare a sua nipote mille risposte, anticipando le domande di una ragazza di quindici anni sul perché un bambino di sei anni possa morire, ma non ha parole, solo un lungo, infinito abbraccio. Per Monica quel 13 giugno è il primo giorno di vacanza ma di uscire ora non ha proprio voglia. Per rincorrere le onde del mare c’è tutta un’estate, ora vuole solo provare a dormire e sperare, svegliandosi, che sia tutto un terribile incubo.

Pochi giorni dopo, il 27 giugno, il settimanale “Epoca” pubblica un articolo a firma di Leonardo Sciascia, che fece scalpore. Nel suo “Alfredo il nostro rimorso”, il grande scrittore siciliano, tra l’altro scrive: «Si può andare sulla luna, ma non si può salvare un bambino caduto in un pozzo. Si possono annientare milioni di vite umane in un attimo; non si riesce a salvare una sola in 36 ore».

 

 

(1) Dallo speciale di Maurizio Costanzo “Alfredino. Il pozzo dei troppi misteri”, andato in onda su Canale 5 il 22 aprile 1987.

(2) Massimo Gamba, “Vermicino. L’Italia nel pozzo”, Sperling & Kupfer Editori, p. 84.

(3) Corriere della Sera, 14 giugno 1981.