L’Appia Antica, la grande via, la Regina Viarum che univa Roma a Brindisi, il mare Tirreno all’Adriatico; un lunghissimo nastro che alla fine, dopo più di un secolo dall’inizio dei lavori, giunse al capolinea, alla città di Brindisi, punto terminale di un’opera magnifica, simbolo imperituro dell’ingegno romano.

Questo è il racconto di un’asse inizialmente militare divenuto, poi, la via commerciale per eccellenza, una strada che ha letteralmente attraversato la storia; un’avventura scandita da racconti, monumenti, storie e curiosità di una via nata dalla pervicacia di un uomo, Appio Claudio Cieco.

APPIO CLAUDIO CIECO, IL PADRE DEL’APPIA ANTICA

Correva l’anno 312 a.C. quando, nel pieno della seconda guerra sannitica, iniziarono i lavori per realizzare una nuova strada che colleghi Roma a Capua, strategico centro commerciale da poco passato sotto il dominio romano.

A volere quella nuova via fu uno degli uomini più importanti di Roma: Appio Claudio che legò il suo nome anche al primo acquedotto romano.

Nato nel 350 a.C., appartenente alla nobile gens Claudia, Appio Claudio, uomo di straordinaria cultura e ammiratore della civiltà greca, ricoprì diverse cariche nella Repubblica romana, arrivando per ben due volte, nel 307 e nel 296, a ricoprire la carica più importante di tutte, quella di console.

Da censore, carica che rivestì a partire dal 312, si adoperò per avviare delle profonde riforme non solo politiche ma anche religiose, tra cui la discussa decisione di unire il pantheon greco romano con quello celtico e quello germanico, provvedimento che fu alla base della leggenda legata alla sua proverbiale cecità.

Si narra, infatti, che gli dei adirati per quella sua improvvida decisione di allargare il pantheon, lo punirono rendendolo cieco, una limitazione che però, al netto della sua vera eziologia, non limitò certo la sua attività politica, ma neppure quella letteraria, tanto da essere annoverato come uno dei primi prosatori latini.

Si congedò dalla vita politica con un celebre e accorato discorso che tenne in Senato sulla necessità di continuare la guerra contro Pirro e rifiutare la sua ambigua proposta di pace, orazione che, stando alla testimonianza di Cicerone, non solo fu accolta ma fu anche il primo testo ad essere trascritto e conservato.

VIA APPIA ANTICA: UNA STRADA LEGGENDARIA

Alla base dell’idea di realizzare una strada che collegasse Roma a Capua c’erano innanzitutto motivazioni di carattere militare, visto che la città campana, da poco tempo strappata al controllo dei sanniti, rappresentava un centro di primaria importanza da difendere ma anche da promuovere nel migliore dei modi.

Non si trattava di costruire un asse viario totalmente nuovo, ma di prolungarne uno già esistente, quello che collegava Roma ai Colli Albani, una strada celebre, teatro dell’epico scontro fra gli Oriazi e i Curiazi.

La proposta di Appio Claudio Cieco si tramutò subito in azione e i lavori per compiere il tratto di strada dai Colli Albani a Capua cominciarono immediatamente e avanzarono con estrema rapidità, visti gli appetiti espansionistici dei sanniti, desiderosi di riconquistare l’antica città, il cui nome, stando a Virgilio, discenderebbe dall’eroe troiano Capi, amico e sodale di Enea.

Capua fu la prima di una serie di tappe di avvicinamento all’Adriatico attraverso la via Appia che collegava città quali Maleventum, che i romani avevano scaramanticamente mutato in Beneventum, Tarentum, l’odierna Taranto e, infine, nel 190 a.C., Brundisium, l’attuale Brindisi, l’approdo terminale di quella che fu una vera e propria conquista dell’Italia meridionale da parte dei romani.

Lunga 360 miglia romane, poco più di 533 chilometri, la via Appia fu un capolavoro ingegneristico, frutto di un attento lavoro di scavo e sovrapposizione di ben quattro strati, da quello più in profondità, lo statumen, fino a quello più superficiale, il pavimentum o la summa crusta, composto da blocchi poligonali di selce, arenaria o di lava, i celebri basoli, che ancora oggi fanno bella mostra all’incantato visitatore.

Una strada che fu molto più di una semplice via di comunicazione. L’Appia Antica fu l’abbraccio fra il territorio e le esigenze dei romani, una via costruita nel bel mezzo delle battaglie per la conquista del territorio, perché i romani, da sempre, costruivano le loro strade mentre impugnavano le armi, come suggestivamente narrato nel marmo della Colonna Traiana.

PARCO APPIA ANTICA: CAMMINANDO NELLA STORIA

Se oggi l’Appia Antica, almeno una parte di essa, può materialmente testimoniare con il suo millenario percorso la grandezza del popolo romano, lo si deve ad Antonio Cederna, a colui che si spese come nessun altro per difendere l’antica via, strappandola all’incuria per renderla davvero eterna, trasformandola in un monumento vivente, da percorrere immersi letteralmente nella storia.

Una difesa che ebbe inizio nel 1953 quando l’archeologo denunciò come nel giro di pochi anni la Regina Viarum sarebbe stata ridotta a un rigagnolo in mezzo alla nuova città che stava sorgendo sopra e attorno a essa, grazie a una banda di speculatori e alla indifferenza dello Stato.

Parco dell'Appia Antica

Parco dell’Appia Antica

Il percorso della via Appia è un florilegio di superbi monumenti, edicole perfettamente inserite un paesaggio senza uguali, in cui tutto, anche il semplice albero, è un tassello di un mosaico incantevole.

Poche centinaia di metri dopo la basilica di San Sebastiano fuori le Mura ecco apparire la prima di una serie di meraviglie: il complesso massenziano.

Questa area archeologica, collocata tra il II e il III miglio dell’Appia Antica, è costituita da tre distinti edifici, armonicamente inseriti nel suggestivo contesto della campagna romana: il Palazzo, il Circo e, infine, il Mausoleo, tre opere, di cui rimangono solo dei suggestivi resti, costruite per eternare la gloria dell’imperatore Massenzio.

IL MAUSOLEO DI CECILIA METELLA

Proseguendo lungo il rettilineo tragitto della via Appia, marginato da pini secolari, ecco stagliarsi il profilo circolare di uno dei monumenti più celebri di Roma: la Tomba di Cecilia Metella.

Costruita fra il 30 e il 10 a.C., per ospitare il corpo della figlia di Quinto Cecilio Metello Celere, una donna decisamente fuori dai compassati schemi romani, la cui vita fu resa celebre dalla sua relazione adulterina con Publio Cornelio Dolabella. Non si trattava, di un uomo qualunque, ma di un politico temuto e apprezzato, nonché genero di Cicerone di cui aveva sposato la figlia. E proprio il celebre scrittore fu uno dei più accaniti critici di Cecilia Metella, a cui riservò lettere al vetriolo, megafono letterario di quello scandalo ma anche dell’umano dolore di un padre.

Il Mausoleo di Cecilia Metella

Il Mausoleo di Cecilia Metella

La tomba di Cecilia Metella, che nel 1589 rischiò di essere demolita per volontà di papa Sisto V (un pontefice che in più di un’occasione aveva palesato uno scarso amore per le vestigia imperiali, basti pensare al famigerato progetto di trasformare il Colosseo in una filanda), riproduce dall’esterno le fattezze classiche di un tumulo, con quella struttura cilindrica poggiante su un basamento quadrato.

All’interno si trova la tradizionale camera sepolcrale, sovrastata dall’oculus, l’apertura del soffitto, fonte di luce per tutta la tomba e tipica di molte tombe romane, a partire dalla più celebre, quella di Augusto.

Il Mausoleo di Cecilia Metella si inserisce nel suggestivo contesto architettonico del Castrum Caetani, un fortilizio fatto erigere dalla potente famiglia originaria di Gaeta, fra il 1302 e il 1303, grazie alla fondamentale intermediazione di papa Bonifacio VIII, al secolo Benedetto Caetani.

Il Castrum, cinto da spesse mura, comprendeva, oltre che il palazzo di famiglia, che di fatto include lo stesso monumento funerario, anche un torrione e una chiesa, quella dedicata a San Nicola e consacrata il 12 maggio del 1303.

Oggi dell’edificio trecentesco rimane ben poco ma dalle rovine si intuisce, tuttavia, la raffinatezza della struttura, che si richiamava all’architettura cistercense che papa Bonifacio VIII, nel suo lungo soggiorno parigino quando era ancora cardinale, aveva imparato ad amare.

Un altro luogo che merita una speciale menzione è il monumento funebre ad Annia Regilla che nel tratto del Parco della Caffarella all’interno del Parco regionale dell’Appia Antica.

In realtà nel sacello la nobildonna romana, vissuta nel II secolo d.C., non è stata mai seppellita. Il suo corpo, infatti, fu inumato in Grecia, ad Atene per la precisione, dove la donna, sacerdotessa della dea Demetra, morì nel 160 d.C., uccisa per volontà dello stesso marito, il celebre filosofo Erode Attico, noto anche per essere stato l’istitutore del futuro imperatore Marco Aurelio.

La morte di Annia Regilla, come narrato da Filostrato, sopravvenne a causa dei calci sferrati da Alcimedonte, liberto di Erode Attico, su ordine di quest’ultimo, pugni e calci che provocarono prima l’aborto di Annia Regilla, giunta all’ottavo mese di gravidanza e poi la morte della stessa giovane.

LA VILLA DEI QUINTILI

Non meno suggestiva è anche la splendida Villa dei Quintili, il più grande complesso residenziale del suburbio di Roma, talmente bello da suscitare la bramosia dell’imperatore Commodo. Il figlio di Marco Aurelio, che del padre non ereditò certo la sapienza e la tolleranza, prima fece uccidere i legittimi proprietari, i Quintili per l’appunto, rei di aver ordito una congiura contro di lui e poi confiscò l’intera villa che divenne proprietà imperiale.

Ma l’Appia Antica non è solo i suoi magnifici monumenti, è anche un intreccio di storie, di nomi, di aneddoti, di curiosità e di innumerevoli viaggi, come quello compiuto da Mecenate, Lucio Cocceio Nerva e Gaio Fronteio Capitone nel 37 a.C., quando lasciarono Roma alla volta di Brindisi con l’obiettivo di incontrare Marco Antonio e tentare una difficile nuova riappacificazione tra lui e Ottaviano.

O come quello narrato da Orazio, in una sua celebre satira. Il poeta veronese prese spunto proprio da quel viaggio, al quale partecipò anche lui insieme all’amico Virgilio, narrandolo a suo modo, facendo ricorso alla sua proverbiale ironia:

«Da pigri quali siamo, facemmo questo tratto in due tappe, ma per chi porta la tunica

più in alto, la tappa è una sola: l’Appia è meno faticosa per chi lento procede.»

Ma la via Appia fu anche teatro di drammatici eventi, come quello terribile che coinvolse Spartaco e i suoi compagni. Sulla Regina Viarum, nel primigenio tratto fra Roma e Capua, finì tragicamente il sogno di Spartaco, il gladiatore originario della Tracia che si ribellò al potere di Roma.

Sulla via voluta da Appio Claudio furono crocefissi 6000 suoi compagni, tragico epilogo del conflitto fra Spartaco e le legioni guidate dal generale Marco Licinio Crasso, cruento memento per tutti i nemici di Roma.

COME ARRIVARE SULL’APPIA ANTICA

Il modo migliore per visitare la Regina Viarum è percorrerla a piedi, lentamente, facendosi rapire dalla bellezza che margina ogni metro, quella stessa bellezza che impressionò decine di viaggiatori che lungo questa antica via giunsero a Roma.

Tante le possibilità di percorsi. Il più semplice, ovviamente, è il primo tratto, quello che inizia da Porta San Sebastiano, un lungo rettilineo, senza dubbio il più suggestivo, direttamente in mezzo alla storia.

I camminatori più convinti possono spingersi oltre e valicare i confini capitolini dell’Appia Antica, sconfinando nel comune di Ciampino e arrivando alle porte di Frattocchie. Ma nulla vieta di proseguire fino al paese di Ariccia cantato da Orazio o più giù fino al mare che bagna Terracina.

Via Appia Antica

Via Appia Antica

Non sono pochi coloro che decidono di ripercorrere l’intero percorso della via immaginata da un cieco e arrivare, dopo aver attraversato ben quattro regioni, fino a Brindisi, al lembo opposto di una strada unica nel suo genere, compiendo, così, un viaggio fra culture, dialetti e paesaggi diversi, un viaggio laico ma segnato dalla spiritualità della storia.

Un’opportunità che non si lasciò sfuggire il giornalista Paolo Rumiz, non nuovo a singolari viaggi, che da indomito camminatore, con altri tre compagni di strada, ripercorse le tracce di una strada leggendaria, un’esperienza che si trasformò in un bellissimo video e in un libro tutto da leggere per rendere omaggio alla strada per eccellenza.

«Per tutta la sua lunghezza, per un chilometro e più da una parte e dall’altra la via Appia è un monumento unico da salvare religiosamente intatto, per la sua storia, per le sue leggende, per le sue rovine e per i suoi alberi, per la campagna e per il paesaggio, per la vista, la solitudine, il silenzio, per la sua luce, le sue albe e i suoi tramonti… Andava salvata religiosamente perché per secoli gli uomini di talento di tutto il mondo l’avevano amata, descritta, dipinta, cantata, trasformandola in realtà fantastica, in momento dello spirito, creando un’opera d’arte di un’opera d’arte: la via Appia era intoccabile, come l’Acropoli di Atene.»

(Antonio Cederna)

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