Questa è la storia di una pietra miliare della cinematografia mondiale, dei suoi attori e del fortunato libro da cui fu tratto. Questa è la storia di Via col vento.

VIA COL VENTO, UN MONUMENTO AL CINEMA

Per raccontare Via col vento partiamo da una delle battute finali, una delle più celebri di tutta la pellicola, da quel “Francamente me ne infischio” una frase, oggi considerata del tutto innocente, ma che all’epoca, nell’America puritana, fu ritenuta un’espressione volgare, tanto da costare alla produzione una multa di ben 5000 dollari.

A pronunciarla a un’attonita Vivian Leigh è un impomatato Clarke Gable, i due principali protagonisti della pellicola che, al netto dei gusti cinefili, è uno dei film non solo più premiati di sempre – vinse ben 8 Oscar tra cui miglior film, migliore regia, migliore attrice protagonista, migliore sceneggiatura – ma anche di uno dei capisaldi della storia del cinema mondiale.

Atlanta, 15 dicembre 1939. Mentre l’Europa sta già iniziando a fare i conti con la barbarie nazista, in un cinema della capitale dello stato americano della Georgia, viene proiettato un film che, di lì a poco, farà parlare tutti: Gone with the wind.

All’uscita dalla sala cinematografica l’entusiasmo degli spettatori è palpabile, a tratti incontenibile. La sensazione diffusa è di aver assistito a un capolavoro, non solo per la storia narrata ma per come il regista e gli attori sono riusciti a portare su pellicola un grande successo letterario.

VIA COL VENTO. IL LIBRO DI MARGARET MITCHELL

Film Via col vento

Via col vento

Prima che un successo cinematografico Gone with the wind, dal titolo di un verso di una poesia di Ernest Dowson, è innanzitutto un boom editoriale.

Pubblicato nel giugno del 1936 dalla casa editrice Macmillan, la storia di Gone with the wind (Via col vento nella traduzione italiana), è una di quelle che merita di essere raccontata.

A scrivere il romanzo ambientato nel Sud degli Stati Uniti nel periodo della Guerra Civile, è Margaret Mitchell. Nata ad Atlanta l’8 novembre 1900, secondogenita di Eugene Mitchell, noto avvocato, Margaret, fin da piccola, dimostra una naturale propensione per la scrittura.

Divoratrice di libri, divenuta giornalista per l’“Atlanta Journal Sunday Magazine”, per cui intervista personaggi celebri fra cui il sex simbol dell’epoca Rodolfo Valentino, Margaret, a partire dal 1926, inizia a scrivere, in gran segreto, quello che sarà il suo capolavoro: Via col vento.

La stesura del romanzo avanza rapida, le storie legate al vecchio e profondo sud e alla Guerra Civile, che fin da bambina ha imparato ad ascoltare dalla voce della nonna, si trasformano in parole scritte, dando vita a una trama che pagina dopo pagina diventa sempre più avvincente.

Tre anni dopo il corposo romanzo, oltre ottocento pagine, è praticamente finito ma di pubblicarlo la Mitchell non ci pensa proprio.

Solo l’ostinazione di Harold Latham, autorevole esponente della casa editrice Macmillan, porta l’autrice a capitolare.

Il 30 giugno 1936 il romanzo è su tutti gli scaffali delle librerie d’America e la gente fa la fila per acquistarlo. A un mese dalla pubblicazione Via col vento è già un caso editoriale, capace di vendere ben 176.000 copie, che superano, sei mesi dopo, il milione.

La stampa saluta il romanzo con commenti entusiasmanti. La New York Times Book Review gli dedica un’intera prima pagina; il New Yorker lo consacra come un «capolavoro d’evasione»; il New York Sun, in un crescendo elogiativo, paragona Margaret Mitchell a Tolstoj, Dickens e Thomas Hardy.

Alla base di questo successo che ancora perdura, ad oggi il romanzo, tradotto in più di trenta lingue, ha superato le 300 milioni di copie, c’è, fin da subito, il perfetto compromesso fra la storia della giovane e capricciosa Rossella O’Hara e uno dei capitoli più importanti e avvincenti della grande epopea americana.

Stabilmente in testa alle classifiche negli anni successivi alla sua pubblicazione, il libro della Mitchell, insignito nel 1937 del prestigioso premio Pulitzer, inizia a fare gola agli impresari cinematografici che intravedono nell’intricata trama, la base ideale per realizzarci un grande film in costume.

DAL ROMANZO AL SET CINEMATOGRAFICO

Butler di Via col vento

Vivian Leigh e Clark Gable

Quando il produttore cinematografico David O. Selznick legge il romanzo della Mitchell ne rimane folgorato. Intuisce immediatamente che quel libro possa diventare un film di successo, uno di quelli che oltre a sbancare i botteghini può rimanere nella storia.

Gli piace la trama in cui la grande storia, quella della Guerra civile americana, si intreccia con quella della protagonista, Scarlett nell’originale, che ha lo stigma dell’eroina, dell’americana che si rialza dalla polvere, nonostante tutto e tutti.

Selznick è convinto che le vicissitudini della giovane figlia di un coltivatore di cotone, così come quelle dei tantissimi altri personaggi che affollano il romanzo della Mitchell, possano incontrare il favore degli americani.

Dopo aver acquistato i diritti del libro, versando alla Mitchell la cospicua cifra di 50.000 dollari, Selznick si mette subito all’opera per trovare una grande casa di produzione che lo aiuti nella realizzazione del film. Sulle prime pensa alla Warner Bros ma non se ne fa nulla. Diverso, invece, è l’approccio con la Metro Goldwiyn Mayer, la casa cinematografica del leone ruggente, che senza tante remore, accetta. È l’inizio di un’impresa.

Reperiti i fondi c’è un cast da formare, bisogna trovare gli interpreti giusti, a cominciare da Rhett Buttler e Rossella O’Hara.

Per il protagonista maschile, un cinico e fascinoso avventuriero di Charleston, giocatore d’azzardo e rubacuori di professione, Selznick, sulle prime, pensa a Gary Cooper. Si tratta di un attore affermato che ha sfiorato l’Oscar con È arrivata la felicità di Frank Capra; è un volto noto e bello, adatto per vestire i panni di Rhett Buttler, ma l’offerta cade nel vuoto. L’attore rifiuta la parte, convinto che non sarà un successo. «Via col vento – commenta con un certo disprezzo – sta per diventare il più grande flop della storia del cinema, e sarà Clark Gable a perderci la faccia, non Gary Cooper».

La rinuncia da parte di Cooper spinge Selznick a puntare su un altro cavallo di razza: Clark Gable. L’attore originario di Cadiz, Ohio, ha alle spalle diversi partecipazioni in film importanti come The Secret Six, Accadde in una notte, Gli ammutinati del Bounty e San Francisco, aspetta, però, il grande salto, il film che può renderlo immortale e capisce può essere proprio Via col vento.

Ben più difficile è la scelta della protagonista femminile. Per dare un volto a Rossella O’Hara la produzione fa un casting infinito che coinvolge 1400 attrici, arrivate da ogni dove. Accanto a nomi meno noti ci sono attrici del calibro di Bette Davis, Miriam Hopkins (la preferita di Margaret Mitchell presente anch’ella nella commissione esaminatrice), Joan Crawford, Paulette Goddard e persino Katharine Hepburn. Nessuna di queste, però, per motivi diversi, convince la produzione fino a quando, a riprese già iniziate, non si presenta sul set una giovanissima attrice: Vivian Leigh, nome d’arte di Vivian Mary Hartley.

Non è famosa come le altre pretendenti ma ha già lavorato nel cinema, mettendosi in risalto specialmente in Elisabetta d’Inghilterra di Wiliam Howard e in teatro, dove si specializza in personaggi shakespeariani.

È il 10 dicembre 1938 quando la bellezza e la tenacia della Leigh spiazza la concorrenza. Il ruolo di Rossella O’Hara è suo, in cambio di un compenso finale che sfiora i 25.000 dollari, ben al di sotto, però, del faraonico compenso elargito a Gable, che ricevette ben 120.000 dollari.

DALL’ULTIMO CIAK ALLA PRIMA DI ATLANTA

Di che anno è Via col Vento?

Una scena del film

Completato non senza fatiche il numerosissimo cast, oltre 2500 persone, comparse comprese, le riprese iniziano fra problemi di ogni tipo. L’acme della crisi viene toccato quando, dopo tre settimane di riprese, il regista George Cukor viene improvvisamente sostituto. Gli subentra Victor Fleming che, nel frattempo, sta terminando Il Mago di Oz. Alla base della scelta della produzione, stando ai rumors, c’è l’omosessualità di Cukor e i continui dissidi con Gable, con cui, in verità, si scontrano in parecchi, a cominciare dalla stessa Leigh, che fa una fatica enorme a girare con lui le scene più passionali, a causa del suo alito non proprio profumato.

Lo stesso Fleming, seppur per un brevissimo periodo, lascia la direzione del film a favore di Sam Wood. Il motivo? Esaurimento nervoso.

Dopo 125 giorni di riprese, 90 set, 158.000 metri complessivi di pellicola girati, numerosi tagli al montaggio, Via col vento è pronto per il debutto nelle sale cinematografiche.

La spesa è stata enorme, quasi quattro milioni di dollari, ma il successo della pellicola, fin da subito, è stellare, basti pensare che solo la sera della prima l’incasso sfiora gli 80 milioni.

Il 15 dicembre 1939 alla prima del film al Loew’s Grand Theater l’entusiasmo è assoluto, anche se nei giorni successivi non mancano le prime, inevitabili polemiche. Al centro di molte di queste è in particolare Hattie McDaniel. L’attrice di colore che nel film veste i panni di Mami, la simpaticissima e risoluta domestica degli O’Hara, interpretazione che le valse l’Oscar come migliore attrice non protagonista, viene attaccata sia da frange razziste sia da associazioni per la difesa dei diritti dei neri.

I primi tentano di impedire la sua presenza ad Atlanta per la prima ma invano. Quando Gable viene a conoscenza di ciò va su tutte le furie minacciando di disertare l’appuntamento e la protesta, così, rientra. Le associazioni afroamericane, invece, imputano alla Hattie di aver consolidato con il suo ruolo determinati stereotipi tradizionalmente collegati ai neri.

Controversie a parte Via col vento rimane un film per certi aspetti irripetibile. Così il critico cinematografico Fernaldo Di Giammatteo:

«Via col vento è un rutilante film a colori secondo il procedimento technicolor (tre pellicole bianco e nero), un kolossal che sarà raramente eguagliato in seguito (tre ore e tre quarti di proiezione), lo scrupoloso ricalco d’un best-seller letterario di Margaret Mitchell, una compagnia di attori, non grandi forse ma simpatici, un successo planetario che si rinnoverà più volte nel corso dei decenni, di riedizione in riedizione.»

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