Certosa a Roma, viaggio tra storie e murales del Borgo degli Angeli

Particolare del murales dedicato a P.P. Pasolini a Torpignattara

Quando venni a vivere a Roma nel lontano 1998 abitavo sulla Casilina, nel popolare quartiere di Tor Pignattara. Esplorandolo non potei fare a meno di essere incuriosito e affascinato da una frattura che esiste all’interno del suo tessuto urbano: il quartiere di Certosa, che appare come un piccolo villaggio tra la ferrovia Roma-Napoli ed il resto della città. Questo luogo, un tempo, era chiamato Borghetto degli Angeli, in quanto sorto a ridosso di via Degli Angeli o anche borgo di Certosa. Ma di edifici che ricordino tale architettura non vi è traccia. Il toponimo è dovuto alla presenza, al margine settentrionale della borgata, di Villa La Favorita successivamente chiamata Villa Certosa.

CERTOSA A TORPIGNATTARA, QUARTIERE POPOLARE DI ROMA

L’edificio di Villa Certosa, costruito nel XVIII secolo su di una preesistente villa cinquecentesca, sorge al confine con la via Casilina, sopraelevata rispetto al piano stradale, ed è sede della Procura Generalizia Congregazione Missionarie della Carità, le suore di Madre Teresa di Calcutta. All’interno del suo curatissimo giardino, nel XVII secolo furono rinvenute dall’archeologo Raffaele Fabretti vestigia dell’acquedotto Felice che mostra le sue strutture principali poco lontano. La villa governava un’ampia tenuta agricola detta “La Favorita”, coltivata a vigneto, ormai scomparsa da tempo, sacrificata per sempre alle sacre esigenze dell’urbanizzazione. Passeggiando per il borgo e conoscendone le vicende non si può fare a meno di immaginare le vite degli uomini che l’hanno animato, fatte di duro lavoro, disagi e arte di arrangiarsi, vite che hanno lasciato tracce ancora percepibili e che, malgrado la loro apparente marginalità, sono parte integrante della Storia. Un itinerario interessante, direi necessario, per chi voglia cercare di comprendere le mille anime della città eterna.

Certosa, quartiere multietnico e popolare

Certosa, quartiere multietnico e popolare (Foto di Nicola Pino)

È un sabato dal cielo terso, una luminosa e mite giornata invernale e la vita del quartiere è animata da una manifestazione per istituire un parco pubblico, un piccolo quadrilatero di verde attrezzato, ben tenuto, che costituisce un importante luogo di aggregazione e di svago. Questo spazio, finora gestito e curato dai residenti, rappresenta l’unica area verde comune del borgo. La chiassosa spensieratezza dei tanti bambini presenti alla festa mi accoglie all’ingresso del quartiere di Certosa e mi accompagna, a passo lento, alla scoperta di questo spazio urbano a sè stante. Ancora più piacevole è notare che bambini, delle più svariate etnie, convivono serenamente e che qui si gioca ancora a pallone in strada. Non sembra di essere a Roma, dove in maniera generalizzata e diffusa si respira sempre una certa insofferenza, a volte una vera e propria avversione razzista, per la presenza degli extracomunitari.

Mi fermo per un caffè al bar-trattoria in piazza dei Savorgnan e anche qui l’aria è quella del paese: alcuni clienti, con l’aiuto del proprietario, sistemano dei tavoli sul marciapiede, al sole, per pranzare, malgrado siano passate le 14.00. Proseguo il mio cammino lungo l’omonima via, l’asse principale del borgo, infilandomi di tanto in tanto nelle traverse laterali, tutte strade a fondo cieco a causa della presenza della ferrovia da una parte e, dall’altra parte, a causa del dislivello con l’area circostante.

Il borgo di Certosa o Villa Certosa è costituito da case, spesso colorate, non più alte di due piani, alcune affiancate da orticello o giardino, altre raggruppate in piccole corti con affaccio su uno spazio interno comune. Di recente alcune di esse sono state trasformate, senza eccessivi stravolgimenti, in vere e proprie villette, ma comunque il piccolo borgo non è ancora del tutto gentrizzato[1]. Malgrado la presenza di un paio di mostri edilizi e alcune palazzine più datate che arrivano a quattro piani, le piccole abitazioni del borgo danno luogo ad un’atmosfera di vita quotidiana quasi surreale, soprattutto se le si guarda sullo sfondo degli anonimi palazzoni a schiera che sorgono su via Filarete. Da questa strada appare evidente che l’area del borgo è posta su un vasto terrapieno rialzato rispetto al suolo circostante. Ciò, insieme alla presenza di estese cavità nel sottosuolo, ha preservato il sito dalla cementificazione selvaggia che lo circonda, lasciando intatta la primitiva struttura urbanistica.

Scorci di case a Certosa

Scorci di case a Certosa (Foto di Nicola Pino)

CERTOSA E I SUOI ABITANTI

L’insediamento originario, costituito dalle baracche erette nei primi del ‘900 tra via degli Angeli e via Casilina, era abitato da migranti, per lo più laziali, marchigiani e abruzzesi, che acquistarono i terreni lottizzati dalla famiglia Ojetti, proprietaria dei latifondi della zona. Poi durante il boom degli anni ’50-’60, quando quei terreni agricoli furono destinati all’edificazione e alle opere pubbliche, il quartiere fu abitato da migranti in cerca di lavoro, provenienti per lo più dal meridione. Queste forme di abusivismo edilizio spontaneo di massa, che ricordano l’ambientazione di tanti film neorealisti, per lo più erano tollerate, ma generavano baraccopoli come sono sempre sorte e sorgono, anche oggi, ai margini delle grandi città in espansione. Nel tempo le generazioni nate in questi luoghi si sono radicate sul territorio e hanno consolidato le misere abitazioni fino all’edificazione di vere e proprie case in muratura. Quando poi progressivamente molti degli abitanti italiani si trasferirono nelle case popolari e nei palazzi sorti nei dintorni, nuovi emigranti provenienti da altri paesi vennero a vivere a Certosa.

La maggior parte di queste borgate è stata fagocitata dalla speculazione edilizia, ma piccoli frammenti di quel tessuto urbano e sociale sono rimasti, qui, come in altre affascinanti zone della periferia romana, a testimonianza degli antichi nuclei abitativi. Per questo l’atmosfera che si respira ancora oggi è quella della borgata di una volta, con un tempo piacevolmente rallentato, i bar e alcuni piccoli locali che costituiscono punti di aggregazione per gli abitanti, i quali notano subito la presenza del forestiero, italiano o straniero che sia. Oggi una parte dei residenti è originaria dell’Africa, dell’Europa dell’est, del Bangladesh ed è notevolmente integrata. Non è un caso! Si tratta, infatti, di un quartiere di tradizione rossa i cui abitanti di un tempo furono parte attiva della Resistenza contro il Nazifascismo, quelli degli anni ’60-’70 impegnati nelle battaglie della sinistra e quelli di oggi, malgrado i profondi mutamenti della società e della politica, custodi di certi sani principi coerenti con quell’ideale. Si avverte che la dignità e il decoro del borgo di Certosa sono frutto del rispetto e dell’impegno comuni, considerato che l’interessamento dell’amministrazione per questa zona è cosa recente. Insomma, Certosa appare come uno squarcio nella rete dell’omologazione urbana.

PASOLINI E CIRO PRINCIPESSA NEI MURALES DI CERTOSA

Lo straordinario murale dedicato a Pier Paolo Pasolini a Certosa

Lo straordinario murale dedicato a Pier Paolo Pasolini a Certosa (Foto di Nicola Pino)

«Quando ch’ebbero lasciato alle spalle, passa passo, Porta Furba e si furono bene internati in mezzo a una Shanghai di orticelli, strade, reti metalliche, villaggetti di tuguri, spiazzi, cantieri, gruppi di palazzoni, marane, e quasi erano arrivati alla Borgata degli Angeli, che si trova tra Tor Pignattara e il Quadraro». Così Pier Paolo Pasolini in Ragazzi di vita (1955) descrive la borgata di Certosa che, come altre della periferia romana, amava frequentare. Di recente il quartiere gli ha reso omaggio dedicandogli un meraviglioso murale eseguito da Nicola Verlato sulla facciata cieca dell’edificio al civico 215 di via Galeazzo Alessi, definito da alcuni la “Cappella Sistina di Tor Pignattara”. Realizzato in bianco e nero, con una spiccata tridimensionalità, raffigura nella parte superiore i protagonisti della vicenda: il presunto colpevole, Pelosi, accompagnato da un carabiniere e i giornalisti che per primi seguirono il caso. Al centro appare il corpo di Pasolini che precipita verso il basso dove sono raffigurate la madre, figura fondamentale della sua esistenza, con lui bambino, e due figure letterarie: in piedi il Petrarca, fonte d’ispirazione, e a destra Ezra Pound, che il poeta incontrò nel 1969 e del quale apprezzava le qualità artistiche pur non condividendone il pensiero.

Il Murale dedicato a Ciro Principessa a Certosa

Il Murale dedicato a Ciro Principessa a Certosa (Foto di Nicola Pino)

In Largo dei Savorgnan è presente un altro murale, meno raffinato ma altrettanto evocativo, dedicato a Ciro Principessa, un ragazzo che viveva proprio a Certosa, impegnato negli anni ’70 nella lotta politica con i giovani del PCI. Si occupava della Biblioteca Popolare della sezione del Partito Comunista “Nino Franchellucchi”, che aveva sede sulla Casilina. Questa attività costituiva per lui, emigrato dal sud e di estrazione proletaria, un forte motivo di riscatto sociale. Gestiva con passione la biblioteca insieme ai compagni, consapevole che l’emancipazione degli abitanti di un quartiere popolare passa attraverso la cultura. Ma la sua vita fu stroncata a soli 23 anni per mano di un neofascista proveniente dalla sede dell’MSI di Acca Larentia. L’assassino, Claudio Minetti (figlio della compagna dell’estremista di destra Stefano delle Chiaie) il 19 aprile 1979 entrò nella biblioteca, prese un libro rifiutandosi di esibire un documento d’identità, e si allontanò. Ciro Principessa lo seguì in strada per chiedergli spiegazioni e per recuperare il libro, ma raggiunto il giovane neofascista fu da lui accoltellato e il giorno dopo morì a seguito delle ferite. L’assassino, arrestato subito dopo l’accoltellamento e processato per direttissima, fu condannato a dieci anni di manicomio criminale in quanto ritenuto dai periti di allora mentalmente instabile, pena successivamente ridotta, scandalosamente, a quattro anni. Sebbene sia stato dimenticato dalla maggior parte di noi, come del resto lo sono state molte delle vittime degli anni di piombo, a seguito di quasi venti anni di revisionismo storico di destra e di rottamatori senza scrupoli, la memoria di questo ragazzo che si batteva per una società migliore, è stata mantenuta viva dagli abitanti di Certosa. Altro murale degno di menzione si trova all’angolo tra via Alessi e via dei Savorgnan ma di questo so dirvi solo: guardatelo.

Altri scorci suggestivi di Certosa a Roma

Altri scorci suggestivi di Certosa a Roma (Foto di Nicola Pino)

COME ARRIVARE A CERTOSA A ROMA

Il borghetto di Certosa (V Municipio) è delimitato a nord da Via Alessi, ad est da Via Filarete, ad ovest dalla ferrovia Roma-Napoli e a sud da via degli Angeli. Il consiglio è di recarsi sul posto con il pittoresco trenino bianco e giallo che percorre la Casilina dalla Stazione Termini a Giardinetti, scendendo alla fermata Alessi. Il viaggio su questo treno cittadino servirà da introduzione alla passeggiata. Percorsa Via Alessi, procedete e imboccate via B. Centogatti (sulla destra) e proseguite fino a via dei Savorgnan, dove si trova la parte più caratteristica del borgo. Il percorso più breve tra via Casilina fino al termine di via dei Savorgnan è di circa 1.5 km, per lo più in piano. In alcuni tratti non è presente marciapiede, il che potrà creare un po’ di disagio.

[1] Da gentrification, termine coniato dalla sociologa inglese Ruth Glass nel 1964 per indicare i cambiamenti sociali ed urbanistici dovuti all’acquisto di immobili di quartieri popolari da parte della classe benestante con relativa ascesa dei prezzi delle unità immobiliari ed allontanamento del ceto popolare.

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