Una giornata particolare: la visita di Hitler a Roma

Visita di Hitler a Roma

“Povera Roma mia de travertino. / T’hanno vestita tutta de cartone / pè fatte rimirà da ‘n’imbianchino.” Così Pasquino, la più celebre statua parlante di Roma, salutava l’arrivo nella capitale, nel maggio del 1938, di Adolf Hitler. La pasquinata, che riprendeva versi simili composti per l’occasione dal poeta romano Trilussa, non poneva, tuttavia, adeguatamente l’accento sull’importanza di quella visita e sul contesto geopolitico nel quale si inseriva: il rasserenamento dei rapporti fra Italia e Germania. Le relazioni fra i due stati, infatti, non erano mai state davvero ottimali, specie per un sentimento di naturale diffidenza che Mussolini avvertiva verso quello che, obtorto collo, specie dopo la conquista dell’Etiopia, era divenuto l’alleato tedesco.

MAGGIO 1938: L’ARRIVO DI HITLER A ROMA

D’altra parte in occasione del loro primo incontro, avvenuto nel giugno del 1934 a Venezia, Mussolini non era stato piacevolmente colpito da Hitler, tanto da definirlo, come ricorda lo storico Pierre Milza, «pallido come un cencio e malvestito». Ma, in verità, a preoccupare il capo del Fascismo non era tanto il discutibile gusto nel vestire del Fuhrer, tantomeno il suo incarnato, quanto gli appetiti territoriali del capo del nazismo, a partire dall’Austria, annessa nel marzo del 1938. Mussolini tutto desiderava in quel momento, tranne che una guerra, ben consapevole che l’Italia non fosse pronta a partecipare a un conflitto.

La visita di Hitler in Italia cadeva, quindi, in un momento storico ben preciso, in cui le tensioni fra i due paesi, proprio a causa dell’annessione di Vienna, erano ancora palpabili, visto che, per tutta una serie di motivi, Mussolini preferiva avere al confine un paese piccolo, neutrale e sostanzialmente amico come l’Austria, piuttosto che uno stato “ingombrante” come la Germania. Il viaggio fu sapientemente organizzato dalla macchina del regime che avrebbe portato il capo nazista a visitare, dal 3 al 9 maggio tre fondamentali città: Firenze, Napoli e, ovviamente, Roma. Un impegno importante, anche perché pochi mesi prima, nel settembre del 1937, Mussolini era stato accolto dal dittatore tedesco con tutti gli onori in Germania, un omaggio che il Duce per orgoglio non poteva non replicare.

HITLER A ROMA: L’ARRIVO ALLA STAZIONE OSTIENSE

Nella capitale il Fuhrer arrivò la sera del 3 maggio in treno, alla stazione Ostiense, costruita per l’occasione ma non del tutto terminata. La scelta di fare scendere lo scomodo alleato alla stazione Ostiense e non a Termini, lo scalo ferroviario principale di Roma, fu dettata essenzialmente da due motivi. Il primo di carattere pratico, il secondo scenografico. La stazione Termini, in quella primavera del 1938 era più che altro un immenso cantiere, per via della ristrutturazione che ne avrebbe modificato completamente l’originario volto, con tanto di spostamento del discusso obelisco di Dogali.

 

Inoltre, far arrivare Hitler nella costruenda Ostiense, significava porlo al centro di un’area che sarebbe divenuta la porta d’ingresso della nuova Roma e del modernissimo quartiere dell’Eur, il fulcro dell’Esposizione Universale del 1942. Per l’occasione gli architetti del regime avevano fatto le cose con una certa fretta, visto che, pochi mesi prima, l’area che avrebbe accolto il capo del nazismo, era poco più che una desolata campagna, con una piccola fermata tecnica per i treni. In realtà la pomposa e razionalista struttura della stazione Ostiense, realizzata su progetto dell’architetto Roberto Narducci (uno dei massimi esperti in materia di stazioni ferroviarie), quando accolse Hitler era più posticcia che reale. Molti, infatti, dei pannelli in marmo, altro non erano che tavole di legno alle quali erano incollate lastre che dovevano ricordare il travertino (da qui l’ironico cartone menzionato da Pasquino). In pratica la stazione che ricevette il cancelliere tedesco fu una selva di tubi innocenti, rivestita di legno. Una messinscena tuttavia efficace e che impressionò tutti gli astanti, tanto che, due anni dopo, nel 1940, l’inaugurata stazione Ostiense riprodusse, questa volta in marmo, la scatola di ferro e cartone del maggio 1938.

In quel contesto fra scenografie posticce e seguaci invasati, Mussolini, il 3 maggio 1938, dovette, seppur a malincuore, lasciare il ruolo di attore primario al re, una scelta dettata da ragioni istituzionali e di protocollo che non poté non essere negativamente notata da Hitler, per il quale Mussolini era ancora un costante punto di riferimento, un esempio. Ad accogliere il dittatore germanico non c’è il collega italiano, «ma il piccolo, invecchiato monarca che ha guidato vent’anni prima il proprio esercito a sconfiggere gli Imperi centrali e che ancora coltiva un radicato sentimento antitedesco; e il duce si defila per non scontare l’umiliazione della subalternità». (1)

Dopo essere stato pomposamente ricevuto alla stazione Ostiense la sera del 3 maggio, il capo nazista, a bordo di un lungo corteo di automobili, partì da piazzale Adolf Hitler, (oggi piazzale dei Partigiani), alla volta del Quirinale. La giornata del 4 maggio fu quella della vera e propria visita. Il Fuhrer, con accanto Mussolini, compì diverse visite “istituzionali” fra cui quella al Pantheon. Qui, dopo aver deposto alcuni mazzi di fiori sulle tombe dei Savoia, rimase alcuni minuti da solo ammirando la maestosità della cupola, di cui era un estimatore. Poi fu la volta dell’Altare della Patria, dove Hitler e Mussolini passarono attraverso cinquemila uomini in perfetta divisa: a destra milizie tedesche, a sinistra italiane. La successiva sfilata su via dei Fori imperiali, messa a lucido per l’occasione, fu, come riportarono i giornali di regime, la “riproposizione dei fasti della Roma antica”.

HITLER A ROMA: UNA GIORNATA PARTICOLARE

Dopo pranzo il capo del nazismo fu condotto nel quartiere popolare di Centocelle, sorto nei primi anni del ‘900, intorno all’omonimo aeroporto, entrato ufficialmente in funzione il 15 aprile 1909, quando Wilbur Wright si esibì in una serie di dimostrazioni a bordo del Flyer, e qui assistette a una manifestazione militare alla quale parteciparono 50.000 fra Balilla e avanguardisti. In seguito, Hitler presenziò prima a un raduno di nazionalsocialisti residenti a Roma alla Basilica di Massenzio e poi fu  l’ospite d’onore di una grande cena. Al desco, tuttavia, si notarono alcune, pesanti assenze, fra cui quella di Edda Ciano, la moglie del potente ministro fascista, nonché figlia di Mussolini.

Edda non fu la sola a declinare l’invito. Altre assenze si contarono fra cui Vittorio Emanuele Orlando, la principessa Jolanda di Savoia e altri notabili romani. Tuttavia furono in molti, invece, dell’aristocrazia romana a partecipare e la cosa fu notata sia da Hitler, da sempre riottoso verso la nobiltà, che dal suo fido collaboratore Goebbels, che si rallegrò in privato per il fatto che in Germania la monarchia fosse stata abolita, risultando, a conti fatti, un inutile e costoso peso.

La sera del 4 maggio Hitler lasciò una Roma imbandierata da croci uncinate e simboli fascisti, alla volta di Napoli. Il Corriere della Sera il 5 maggio salutò la visita come un trionfo, sotto ogni punto di vista e scrisse di «imponenti riti guerrieri in onore del Fuhrer e incessanti manifestazioni di popolo ai Capi delle due Rivoluzioni» ma evitò di menzionare il duro atteggiamento intrapreso da Papa Pio XI. Il pontefice dei Patti lateranensi, che già da tempo aveva preso una certa distanza dal regime fascista, decise di mostrare tutto il suo dissenso verso il capo nazista. Non solo si trasferì nella residenza di Castel Gandolfo, alle porte di Roma, ma dispose che tutte le luci dei palazzi vaticani fossero spente e che le porte dei celebri musei, nonché della Basilica Petrina rimanessero chiuse. Un atto di chiara ostilità verso Hitler, che il cancelliere digerì a fatica.

Il 6 maggio Hitler ritornò a Roma, questa volta arrivò alla stazione Termini e rimase nella città Eterna altri tre giorni in cui visitò, fra l’altro, i Musei Capitolini, l’Ara Pacis, la Mostra della Romanità e il complesso delle Terme di Diocleziano, sempre “scortato” dal professor Ranuccio Bianchi Bandinelli, che nei suoi diari, a proposito dei rapporti fra Hitler e Mussolini, sentenziò: «Le relazioni fra i due erano singolari. Era evidente che non si piacevano».
Quelle giornate di maggio furono l’ennesima tappa di avvicinamento alla definitiva alleanza, al fatidico “Patto d’Acciaio” – nonostante ancora una certa esitazione di Mussolini – che sarà firmato nel maggio del 1939. Un accordo che sarà l’anticamera della catastrofe, la porta spalancata sulla tragedia.
Forse il modo più vero per conoscere l’essenza di quella storica visita, rimane ancora oggi quello di vedere il capolavoro di Ettore Scola, Una giornata particolare e condividere, appieno, una delle frasi più belle di tutto il film:

«Piangere si può fare anche da soli, ma ridere bisogna farlo in due!»

(1) P. Colombo, La monarchia fascista 1922-1940, Il Mulino, Bologna, 2010, p. 184.

 

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