Un rito lungo secoli quello del trasporto della macchina di Santa Rosa a Viterbo, un culto collettivo che ha segnato la città laziale, i suoi cittadini ed i forestieri devoti della santa, un’emozione incontenibile che esplode quando i facchini sotto il baldacchino alzano la macchina di santa Rosa e cominciano a marciare con passi cadenzati. Il 3 settembre di ogni anno si tiene un evento unico ed eccezionale che dal 2013 è stato riconosciuto patrimonio immateriale dell’umanità dall’Unesco.

STORIA DELLA MACCHINA DI SANTA ROSA

Alcune versioni della Macchina di Santa Rosa: Gloria (2017), Fiore del Cielo (2009 e 2014)

Alcune versioni della Macchina di Santa Rosa: Gloria (2017), Fiore del Cielo (2009 e 2014)

Chi vi ha assistito nelle vie cittadine o ha seguito la processione sullo schermo sa di cosa si parla. La commozione, la devozione e la fatica si mescolano ai muscoli tesi, al fiato corto dei facchini e al cuore traboccante di chi assiste al trasporto di Rosina, come gli stessi viterbesi chiamano dolcemente la santa. Rosa nasce a Viterbo nel 1233 e viene educata dai genitori al rispetto e alla misericordia. Le sue umili origini non le consentono di andare a vivere nella comunità delle Clarisse così entra giovanissima nel terzo ordine francescano e, seppur gracile e cagionevole, si muove per la città di Viterbo con un crocifisso in mano, predicando amore e pace. Il periodo è tempestoso e burrascoso, a Viterbo si respira aria di scontro tra l’imperatore Federico II e la Chiesa. La ragazza subisce anche la disgrazia dell’esilio e, dopo avere vissuto a Soriano nel Cimino e a Vitorchiano, riesce a tornare con la famiglia nella sua città natale solo nel 1250, anno della morte di Federico II. Muore l’anno successivo, ad appena diciotto anni, e da persona umile quale era viene seppellita nella fossa comune di Santa Maria del Poggio. Qui numerose persone raccontano di avere ricevuto cure miracolose e guarigioni inspiegabili.

La fama di Rosa si ingrandisce ed arriva fino alla curia e alle alte sfere romane. Papa Innocenzo IV decide di promuovere il processo di canonizzazione di Rosa e papa Alessandro IV, che nel 1254 aveva trasferito la sede papale a Viterbo, sogna la giovane donna tre volte. La ragazza gli chiede di poter essere seppellita nel convento delle Clarisse. Se non era potuta entrarci da viva, voleva almeno entrarci da morta. Il papa si reca a visitare la sua tomba ma, non sapendo dove sia sepolto il corpo, si aggira sopra quella terra benedetta senza capire bene come identificare il lembo di terra sotto cui giace Rosa.

Leggenda vuole che per aiutare la ricerca del pontefice spunti proprio durante il passaggio del papa una rosa ad identificare il punto esatto della sepoltura. Papa Alessandro IV, ascoltando le volontà della giovane, ordina la traslazione della santa bambina il cui corpo viene trovato intatto ed il 4 settembre del 1258 i resti mortali di Rosa vengono trasportati su un baldacchino dal luogo di sepoltura fino alla chiesa del monastero di San Damiano, dove oggi si trova il santuario dedicato alla santa. Ancora oggi si ricorda quell’episodio ed ogni anno, la sera del 3 settembre, la statua della santa posta su una torre illuminata viene accompagnata dai facchini e dall’entusiasmo della folla.

I FACCHINI E LA MACCHINA DI SANTA ROSA

Macchina di Santa Rosa a Viterbo: i facchini

Macchina di Santa Rosa a Viterbo: i facchini

I facchini sono l’anima della processione, il propulsore della macchina di Santa Rosa, un baldacchino alto 28 metri e pesante 5 tonnellate che viene cambiato ogni 5 anni. I facchini vengono scelti dopo una prova di idoneità che consiste nel compiere un tragitto di 90 metri con un peso di 150 chili sulle spalle. Il loro numero varia lungo il percorso in base alla difficoltà del tracciato e secondo gli spazi cittadini che talvolta sono veramente esigui e stretti. Prima della processione nella chiesa di San Sisto i ragazzi di santa Rosa ricevono la benedizione in articulo mortis, come avveniva in passato per gli uomini che andavano in guerra o che erano in pericolo di vita.

A trasportare la macchina di Santa Rosa ci sono i 113 facchini, divisi a seconda della posizione che occupano e a cui se ne aggiungono altri durante il percorso. I ciuffi sono i facchini che si trovano sotto la macchina, le spallette sono posizionate sui lati lunghi, le stanghette su quelli corti,  le corde e le leve si aggiungono nella parte anteriore e posteriore della macchina solo nella parte finale, quando la santa viene portata di corsa lungo la salita che precede il santuario. I cavalletti si occupano, invece, di portare i supporti su cui viene poggiata la macchina durante i periodi di sosta. A guidare tutti questi ragazzi c’è il capo facchino che chiama le file e che con un “sotto” fa posizionare i suoi uomini e poi, dopo avere chiesto se siano “tutti d’un sentimento”, in una Viterbo con tutte le luci spente, dà l’ordine di andare “sotto col ciuffo” e di stare fermi.

Quando i facchini si piegano sotto la macchina di Santa Rosa, con le ginocchia basse e la testa sotto la torre che sorregge la santa, il capo dà l’ulteriore comando di alzare la macchina, il “sollevate e fermi“. In questo momento la folla esplode, i facchini hanno appena alzato il baldacchino alto come un palazzo di 10 piani e pesante 50 quintali. Dopo alcuni secondi, la voce possente del capo facchino urla: “Santa Rosa avanti” e la macchina comincia a camminare inesorabilmente tra le strette strade medievali di Viterbo, oltrepassando in altezza i palazzi, i balconi, i tetti. Il tragitto è lungo circa un chilometro e sono previste 5 soste per consentire il riposo ai facchini.

La torre illuminata da fiaccole e luci elettriche rischiara una Viterbo completamente al buio, avvolta dal calore della folla che assiste meravigliata a questa processione davvero spettacolare, in un percorso che si snoda da porta Romana fino al santuario della santa. L’ultima sosta, a piazza Verdi, è la più importante perché servirà ai facchini per recuperare le ultime energie e spingere la macchina di santa Rosa sulla salita che precede l’arrivo. Qui c’è l’ultima alzata, quella più spettacolare e partecipata dove a spingere la macchina partecipa anche l’entusiasmo delle persone che si trovano lì.

Rosina, dopo essersi rimessa in moto a passo d’uomo, ha un moto improvviso, una sussulto, una spinta poderosa lungo la salita. Il capo facchino, infatti, ha appena ordinato il “di corsa”, le leve e le corde si aggiungono agli altri uomini di santa Rosa aiutando i facchini a trasportare la macchina che per l’inclinazione della strada si sbilancia all’indietro. Con tutta la forza e l’adrenalina in corpo, i facchini portano la macchina fino alla piazza del santuario, sono stremati sotto quel baldacchino imponente ma hanno ancora la forza di eseguire l’ultima manovra, quella della girata che fa roteare la macchina. La folla grida “viva santa Rosa” e finalmente quel pinnacolo viene adagiato sui cavalletti in un tripudio di gioia.

LA PROCESSIONE DI SANTA ROSA

Ma non sempre santa Rosa è arrivata a destinazione: nel 1814 e nel 1820 la macchina dopo una pericolosa inclinazione all’indietro non riesce a raggiungere il santuario; lo stesso avviene nel 1967 quando la macchina, pesantissima e denominata ‘Volo d’Angeli’, non termina il suo percorso e subisce un fermo in via Cavour. Non sempre le cose sono andate per il verso giusto quindi. Nel 1758 e nel 1790 la torre cade durante la mossa, la parte iniziale della processione.

Nel 1986 si vivono attimi terribili che gettano nel terrore gli spettatori. Durante la salita finale, infatti, la macchina si inclina pericolosamente su un fianco e, dopo il rafforzamento dovuto all’intervento di altri facchini sul fianco debole, quello destro, oscilla sul lato opposto scatenando il panico generale. Una parte dei ciuffi è in ginocchio, la macchina sfiora i 34 metri di altezza e le 7 tonnellate di peso. La torre si inclina, ha una sbandata pazzesca, sembra cadere. Le spallette sono uscite troppo presto da sotto la macchina, il pinnacolo altissimo sembra non riuscire a raddrizzarsi. Oscilla terribilmente e allora il progettista, lo stesso sindaco, le forze dell’ordine danno una mano a sorreggere la macchina. Il capo facchino prende il microfono e porta la calma, chiede ai suoi uomini concentrazione ed un ultimo sforzo. “Armonia celeste”, questo il nome della macchina di santa Rosa, dopo minuti di sbandamento riesce tra gli applausi di incoraggiamento a raggiungere il santuario.

 

Tutte le foto qui riprodotte sono state scattate da Chiara Scalabrelli, che ringraziamo per la gentile concessione.