L’uomo fin dagli albori ha avvertito il bisogno, se vogliamo anche il desiderio, di misurare il tempo. Una necessità atavica, spiegabile attraverso ragioni di ordine pratico ma anche psicologico. Controllare il tempo, o almeno credere di farlo, significava razionalizzare la vita degli uomini, il loro lavoro ma anche i più intimi spazi. Il Tempus, che alcune civiltà sacralizzavano al punto da elevarlo agli altari, fu un fattore dominante del vivere umano. Tutte le sue frazioni, dalle più piccole a quelle più ampie, dalle ore agli anni insomma, furono afferrate dagli uomini e, in qualche modo, definitivamente possedute. Una delle forme più antiche e al tempo stesso più affascinanti di questo “umano controllo” del tempo fu, senza dubbio, l’invenzione del calendario.
Eventi e memoria
Racconti di eventi storici che hanno segnato luoghi, comunità e generazioni. Vicende italiane e internazionali da conoscere per comprendere la storia dei territori attraverso un viaggio lento nella memoria.
Marcia su Roma, il prologo del fascismo al potere
Di una possibile marcia su Roma si iniziò a parlare negli ambienti fascisti a partire dall’agosto del 1922. Nel mese usualmente dedicato dagli italiani al riposo fisico e mentale – una tradizione che affondava le radici addirittura nell’impero romano con le celebre Feriae Augusti, istituite dall’imperatore proprio per concedere un breve riposo dopo le fatiche della coltivazione e della mietitura – alcuni importanti esponenti fascisti cominciarono a ragionare sulla possibilità di realizzare un’azione eclatante, da compiere nella capitale nelle prime settimane d’autunno.
Disfatta di Caporetto, il crollo dell’esercito italiano nella Grande Guerra
L’alba è ancora lontana in quel 24 ottobre 1917, nelle maleodoranti trincee di Caporetto dove ormai si vive da anni come topi in fogna fra pidocchi, morte, solitudine e rassegnazione. I bagliori del sole latitano e i soldati italiani, i fessi – come vengono chiamati in gergo, coloro che stanno in prima linea al contrario dei fissi, coloro che, invece, per vari motivi evitano il fronte, rimanendo comodamente nelle retrovie – sono ancora assopiti e infreddoliti. Poi alle 2 in punto l’artiglieria austro-ungarica suona la sveglia. L’esperienza accumulata al fronte fa comprendere all’esercito italiano che quello non sarà un normale attacco, un’azione militare di routine, ma qualcosa di più e forse di assolutamente devastante. Sarà la disfatta di Caporetto.
Il carcere travestito. Quando il manicomio era uno strumento di bonifica sociale
Ci sono stati anni, molti in verità, in cui nei manicomi provinciali italiani, disseminati in tutto lo stivale, non entravano solo malati affetti da disturbi mentali, ma anche persone del tutto sane, la cui colpa era solo quella di rappresentare un pericolo per la società, un rischio, un semplice imbarazzo. In quel periodo finirono negli ospedali psichiatrici italiani senza tetto, sbandati e principalmente oppositori politici. Il manicomio, dal greco manìa (follia) e komèo (curare), divenne il migliore e più pratico strumento per “togliere” di mezzo persone scomode, bypassando lunghi e complessi iter giuridici.
Dopo l’8 settembre 1943, la fuga del re Vittorio Emanuele III
L’8 settembre 1943 il presidente del consiglio Pietro Badoglio, uno degli eroi di Vittorio Veneto e da alcuni mesi alla guida del governo italiano dopo l’arresto di Benito Mussolini all’indomani del fatidico 25 luglio, annuncia sommessamente la fine della guerra contro le forze angloamericane con le seguenti parole:
“Il governo italiano, riconosciuta l’impossibilità di continuare l’impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell’intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla Nazione ha chiesto un armistizio al generale Eisenhower, comandante in capo delle forze alleate anglo-americane. La richiesta è stata accolta. Conseguentemente, ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza.”