“Avvolsi il colonnello in una coperta e lentamente ci avviammo per le scale, scendendo un gradino alla volta, senza fare il minimo rumore. Giunti in macchina, distesi mio marito sul sedile posteriore e lo coprii con la coperta. Era quasi l’una di notte e io sapevo di poter contare su almeno sette ore di vantaggio: fino al controllo mattutino del prigioniero”. A parlare della fuga di Kappler, in un’intervista al settimanale “Oggi” nel giugno del 2007, è Annelise Gertrude Walter Wenger, meglio nota con il suo cognome da coniugata: Annelise Kappler, la moglie di Herbert Kappler. I due, entrambi divorziati, si erano sposati nell’aprile del 1972 dopo una lunga corrispondenza epistolare. Il matrimonio civile, officiato dal vicesindaco di Gaeta, il socialista Pasqualino Polisi, era stato celebrato nel carcere della cittadina laziale, dove Kappler stava scontando la pena dell’ergastolo, comminata dal tribunale militare di Roma il 28 luglio 1948.
Eventi e memoria
Racconti di eventi storici che hanno segnato luoghi, comunità e generazioni. Vicende italiane e internazionali da conoscere per comprendere la storia dei territori attraverso un viaggio lento nella memoria.
Gaetano Bresci e l’assassinio del re Umberto I di Savoia
Domenica 29 luglio 1900, Monza. Umberto I di Savoia, re d’Italia dal 9 gennaio 1878, quando è succeduto al padre Vittorio Emanuele II, è appena sceso dai gradini del palco di un concorso ginnico. Sono le 22.30, il re sale sulla prima delle due carrozze regali e da questa si sporge per salutare la folla di atleti che si è accalcata intorno alla carrozza. Il sovrano ringrazia più volte quando dalla ressa un uomo, Gaetano Bresci, spara tre colpi di rivoltella contro il re. La confusione è tanta, i cavalli si impennano e la carrozza muove veloce verso la reggia. Umberto cade in avanti, contro le ginocchia del generale Avogadro di Quinto che, spaventato, gli chiede se sia ferito. “Non credo sia niente”, risponde il sovrano che pochi minuti dopo spira. La regina Margherita, quella a cui anni prima un pizzaiolo napoletano aveva dedicato la sua creazione più celebre, alla notizia della morte del marito rimane pietrificata.
Le loro urla venivano soffocate dagli echi festosi della vittoria. I mondiali di Argentina 1978
Il 1° giugno 1978 allo stadio Monumental di Buenos Aires alle ore 15 in punto prendeva l’avvio l’undicesima edizione dei Mondiali di calcio. A giocare la partita inaugurale, terminata 0-0, furono la squadra campione in carica, la Germania dell’Ovest, e la Polonia. Fu, quel mondiale, il più discusso di tutta la storia della massima competizione calcistica per nazioni e il motivo fu essenzialmente dettato dal paese ospitante: l’Argentina. Quando la Fifa (Federation Internationale de Football Association) a Tokyo, nel 1964, prese la decisione di assegnare la fase finale del mondiale all’Argentina, il paese sudamericano non era ancora una spietata dittatura ma una fragile democrazia, guidata dal medico Arturo Umberto Illia, che sarà deposto nel giugno del 1966 da un golpe militare, guidato da Julio Alsogaray. Iniziò così un nuovo periodo buio per il paese latinoamericano che vide il breve ritorno di Peron alla guida del paese, la successione, alla morte di quest’ultimo il 1° luglio 1974, di sua moglie (Isabel Martinez, per tutti Isabelita Peron) e un nuovo colpo di stato militare, quello ordito nel 1976 dalle forze armate che deposero Isabelita e instaurarono una nuova, terribile dittatura. Alla vigilia del mondiale la realtà politica e sociale argentina era purtroppo drammatica.
La Stasi. Lo scudo e la spada della Germania dell’Est
Per i berlinesi, ma non solo, Ruschestrasse, nel quartiere Lichtenberg, è un indirizzo che solo a pronunciarlo fa tremare i polsi, rievocando incubi dai quali svegliarsi serve davvero a poco. Al civico 103 sorgeva la sinistra sede del luogo più temuto di tutta la Germania Est, quella che, con ironia tutta tedesca, era ufficialmente conosciuta … Leggi tutto
“Perché domani sarà un giorno lungo e senza parole”. Il dramma di Vermicino
Il primo lancio di agenzia che annuncia agli italiani un fatto di cronaca che, di lì a poco, li terrà per giorni letteralmente incollati ai televisori, arriva in piena notte, alle 2.02 del 11 giugno 1981. Il comunicato dell’Ansa stringato recita: «Un bambino di sei anni, Alfredo Rampi, è precipitato in un pozzo artesiano in disuso profondo oltre cinquanta metri nelle campagne di Vermicino, sui Castelli Romani». Vermicino è un nome sconosciuto, «un luogo che per gli italiani non esiste» come scrive Massimo Gamba nel suo bellissimo Vermicino. L’Italia nel pozzo. Una terra di mezzo, poche case schiacciate fra Roma e Frascati, un posto qualunque, uno dei tanti che disseminano la campagna romana che il dramma di un ragazzino di sei anni, per tutti Alfredino Rampi, renderà purtroppo celebre per sempre.